giovedì 14 marzo 2019

Madamina, il catalogo è questo - 5


Stasera a turbare i sonni giunge la protagonista de "La fiamma del peccato", titolo ben più intenso e contro-riformista del più cauto "Doppia Indennità" originale, la biondisima Phyllis Dietrichson.

Prima di maltrattare la povera Norma Desmond, il perfido Billy Wilder se l'era presa con lei, una piccola Bovary di provincia, dotata di quella stessa femminile insaziabilità dell'eroina flaubertiana ma accesa a differenza di quella di una sensualità sfacciata e, appunto, fiammeggiante.

Insomma più Salambò che Emma, dalle curve pericolose in grado di mandar facilmente fuori strada lo sprovveduto agente assicurativo Walter Neff, destinato ineluttabilemente a cadere nella rete della maliarda.
Che non è certo uomo di grandi letture -altrimenti avrebbe capito al volo i chiari riferimenti alla tragedia scozzese nella vicenda di cui si accinge a essere co-protagonista- ma esploratore di femminili caviglie questo sì, e anche di altri ombrosi particolari.
La scintilla scocca insorabile, nonostante tutti i tentativi della regia di spegnere i fuochi imponendo alla bellissima Barbara Stanwyck una parrucca presa a OK Il Prezzo E' Giusto.

E la bella Phyllis, metà mantide, metà vittima di un Fato superiore, metà dominatrix in guêpière, andrà fino in fondo portando con sé le nostre peccaminose fantasie maschili.

"Vai da una donna? Portati la frusta!" diceva il vecchio Nietzsche, ma con Phyllis in molti direbbero piuttoso "portale una frusta", e avrebbero ragione.

Addio, Phyllis, ti voglio bene!

mercoledì 13 marzo 2019

Madamina, il catalogo è questo - 4


Che vita tragica e grandiosa, quella della povera Norma Desmond! Condannata da un ribaldo Billy Wilder a immalinconirsi appena cinquantenne in una sorta di mausoleo, mummificata icona di se stessa, aggrappata a un sogno evanescente di gloria cinematografica, nemmeno fosse una veltrona qualunque!
E con invece tutta una vita davanti, ricca di fascino e di avventure, com’è preciso diritto di ogni bella donna appena sugli ‘anta, se solo avesse incontrato un giusto esploratore dei sensi e non quel fesso sceneggiatore fallito Joe Gillis, attratto chissà perché da una sempliciotta di paese.
Ti compiango, sfortunata figlia di un’epoca ingiusta verso il tuo sesso! Oggi Norma impazzerebbe in ogni talkshow, e sarebbe imperatrice di ogni isola di famosi e non. E con appena qualche aiutino chirurgico potrebbe tranquillamente interpretare tutte le Salomè e perfino le Giuliette che volesse, invece di aggrapparsi per un disperato ritorno a vecchi registi tromboni.
Sarebbero i produttori a rincorrerla, e i migliori ballerini di tango a gettarsi ai suoi piedi. Su quello stesso splendido pavimento di marmo, che già vide i volteggi di Valentino.

lunedì 11 marzo 2019

Madamina, il catalogo è questo. 3

La figlia di Fu Manchu.


La Cina non è sempre stata quella inquietante macchina produttiva, vorace e caotica, che turba i nostri sonni di occidentali con la valanga di container pieni di carabattole che scarica nei nostri porti.
Per secoli e secoli essa è stata una terra misteriosa, ricca di tutte le ricchezze ma anche di tutti gli orrori, remoto capolinea al termine di una interminabile via della seta che giungeva a lei dopo mille e mille miglia, attraversando regioni e popoli via sempre più strani e incomprensibili.
Una via che i mercanti percorrevano alla ricerca di sete e porcellane, ma soprattutto di idee. E dopo dei mercanti vennero i poeti e gli intellettuali. E loro cercavano quello che cercano sempre poeti e intellettuali. Le donne.
E sì, non c’è proprio niente da fare. Una vita monastica, senza il conforto di due belle braccia muliebri è ancora concepibile, ma un romanzo proprio no. E una delle principali caratteristiche delle donne dei romanzi è proprio l’essere lontane e quasi irraggiungibili. Lontane e irraggiungibili come la Cina.
Le cose cominciano però a cambiare proprio al volgere del secolo, quando i fatti d’Oriente irrompono nella case degli Europei sull’onda della rivolta dei Boxer. E non passa molto che qualcuno ci pensi a tirarne fuori una storia. Che sarà poi una delle saghe più lunghe e affascinanti della narrativa popolare del secolo Ventesimo.
Infatti per parlare della nostra eroina dobbiamo parlare prima del suo ideatore: scopriremo così che i due, personaggio e scrittore, hanno molte cose in comune.
Tanto per cominciare sono entrambi sospesi tra due mondi. Uno l’abbiamo già visto, è la misteriosa Cina. L’altro è l’altrettanto tentacolare e a suo modo misteriosa Londra, anche se di un fascino per noi più domestico. Qui è arrivato da non molto in cerca di avventure e di sterline un irlandese, certo Arthur Henry Ward. L’uomo è fantasioso, malato di quel malinconico sense of wonder che caratterizza spesso la natura celtica dei suoi compatrioti. Frequenta i circoli esoterici, come la Goden Dawn, in cui brillano le stelle di tanti altri isolani celebri e sconclusionati, come quell’Abraham Stoker che si è dato il nome di Bram al momento di cominciare a scoperchiare tombe di vampiri. Anche il nostro Arthur sembra avere problemi con il suo nome, tanto da trovarsene parecchi, in quegli anni in cui batte le viscere di Londra come scribacchino per le gazzette dell’epoca, e scarica sui tavoli dei redattori pagine su pagine di cronache e colore locale. Tanti nomi da mettere in imbarazzo addirittura i biografi, che a un certo punto non ci capiranno più nulla. Ma tra tanti ne sceglie uno destinato ad avere fortuna (la sua leggenda narra che l’abbia trovato scolpito sulla porta di un castello, durante le sue scorribande): Sax Rohmer.
E c’è bisogno davvero di un nome così, per quello che sta per raccontare. Perché Arthur, rovistando tra i bassifondi della città, si è imbattuto in un personaggio peculiare, che farà la sua fortuna. Nel pulviscolo di strade maleodoranti dove hanno trovato rifugio gli immigrati dal Celeste Impero, tra le rosse lampade dei bordelli e le ambigue porte delle fumerie d’oppio, ha cominciato a correre la leggenda di un uomo tenebroso, una specie di Signore della guerra trapiantato dal Levante, che tutto domina come un imperatore dei bassifondi, temuto e incontrastato tra le gang che si spartiscono il ristretto territorio nell’East End, quattro stradacce dalle parti di Limehouse. Arthur si mette sulle tracce dell’uomo, che risponde al poco intrigante nome di mr King, e con l’ostinazione e lo sprezzo del pericolo tipici della sua razza riesce finalmente a incontrarlo, in una notte nebbiosa, nel vicolo dove tiene corte. La porta di una limousine si apre, e ne scende un uomo in abiti orientali, seguito da una splendida donna che sembra uscire dalle Mille e una notte.
Arthur resta a bocca aperta per quello che vede: “Imagine a person, tall, lean and feline, high-shouldered, with a brow like Shakespeare and a face like Satan, a close-shaven skull, and long, magnetic eyes of the true cat-green. Invest him with all the cruel cunning of an entire Eastern race, accumulated in one giant intellect, with all the resources of science past and present, with all the resources, if you will, of a wealthy government…”
La prosa è imaginifica, ma il concetto è chiaro: una bestia feroce con la mente di un artista. Arthur credeva di scendere nel pantano della sua città, si è trovato davanti al Pericolo Giallo. Esaltato da quello che ha scoperto si precipita a raccontarlo in uno dei suoi articoli. Tanto entusiasmo deve aver suscitato qualche perplessità in redazione, e più di una levata di sopraccigli. Ma del resto i tempi sono favorevoli all’inquietudine. La rivolta dei Boxer, agli inizi del secolo, ha già diffuso l’idea di una Cina riottosa e vendicativa, paziente e spietata come un ragno. Smisurata e pronta a tracimare dai suoi confini. Le alluvioni di paccottiglia di plastica e di scarpacce di finto cuoio sono ancora di là da venire, ma già la Cina ha cominciato a invadere i mercati occidentali con una merce irresistibile: il terrore. E poi c’era già stato Octave Mirbeau, anarchico immaginario, con il suo Le jardin des supplices, che ne aveva dato un’altra immagine, sado-maso e necrofila, spaventosa e affascinante. Il suo racconto scava sotto la superficie esotica, di magnolie e risciò, di buffi codini e di cappelli a cono, per arrivare all’orrore di un mondo totalmente e paurosamente altro, un mondo post-barbaro in cui la ferocia è governata dalla lucidità. È questa la fonte nascosta dell’orrore, da cui attingerà a piene mani Arthur: l’idea che esista un popolo che ha saltato qualche gradino nella scala apparentemente obbligata dell’evoluzionismo borghese, eludendo la consolante convinzione per cui il crescere della civiltà si accompagna sempre all’ingentilirsi dei costumi. Dalle giunche di Shangai e Canton, esattamente come dai macchinosi tripodi di Wells, stanno invece sbarcando i marziani.
Il francese ha preparato le coscienze ad aspettarsi di tutto dalla Cina. Arthur intuisce che mr King non è soltanto un uomo: è un continente. E ne prova tanto rispetto che quando decide di raccontarlo in un romanzo gli sembra che i nomi non vadano proprio bene, per tanta grandezza. E così quando Sax scrive The Mystery of Fu Manchu, il primo di una serie di romanzi, l’anonimo mr King assume il nome dell’antica stirpe imperiale, come Sax ha fatto con quello dei castellani.
Ci siamo dilungati sulla figura di Fu Manchu, perché è ovviamente nella sua ombra che prende corpo l’altrettanto tenebrosa e sfuggente sagoma della figlia. Ma non vorremmo certo trascurare la preziosa creatura, che è qualcosa di ben più profondo e significativo di un semplice partner.
Cominciamo con lei, già duplice sin dal nome: Fah Lo Suee come si appellerà alla nascita, o piuttosto Ling Moy come poi apparirà giovane e affascinante sulle scene londinesi degli anni Venti, spacciandosi per una affascinante danzatrice cinese. Il primo nome significa più o meno Dolce profumo, Fragranza sublime, il secondo in verità non lo so esattamente, ma dovrebbe essere qualcosa come Piccola qualcosa. Ma quel che conta è invece la sua apparizione in un lussuoso vagone di prima classe delle Ferrovie Britanniche, proveniente dal Continente e diretto a Londra.
Sighing again, involuntarily, I glanced up... (è il dottor Petrie che parla, il sodale e biografo del protagonista sir Nyland Smith) to meet the gaze of a pair of wonderful eyes. Never, in my experience, had I seen their like. The dark eyes of Kâramanèh (è il falso nome sotto il quale si nasconderà a lungo la donna, fino all’agnizione finale) were wonderful and beautiful, the eyes of Dr. Fu-Manchu sinister and wholly unforgettable; but the eyes of this woman who was to be my traveling companion to London were incredible. Their glance was all but insupportable; they were the eyes of a Medusa!
Since I had met, in the not distant past, the soft gaze of Ki-Ming, the mandarin whose phenomenal hypnotic powers rendered him capable of transcending the achivements of the celebrated Cagliostro, I knew much of the power of the human eye. But these were unlike any human eyes I had ever known.
Long, almond-shaped, bordered by heavy jet-black lashes, arched over by finely penciled brows, their strange brilliancy, as of a fire within, was utterly uncanny. They were the eyes of some beautiful wild creature rather than those of a woman.
Their possessor had now thrown back her motor-veil, revealing a face orientally dark and perfectly oval, with a clustering mass of dull gold ahir, small, aquiline nose, and full, red lips. Her weird eyes met mine for an instant, and then the long lashes dropped quickly, as she leant back against the cushions, with a graceful languor suggestive of the East rather than of the West.
Her long coat had fallen partly open, and I saw, with surprise, that it was lined with leopard-skin. One hand was ungloved, and lay on the arm-rest-- a slim hand of the hue of old ivory, with a strange, ancient ring upon the index finger.
Non sarà difficile riconoscere in questa sontuosa descrizione i tratti congiunti della duplice origine della donna, tra trucco orientale e abiti foderati di leopardo di indubbia ispirazione siberiana. Perché Fah Lo Suee è figlia di due esotismi, la sottile perfidia orientale e la sognante tristezza russa. Sua madre è infatti una sconosciuta donna delle immense terre dell’impero zarista, certo una gentildonna, viste le ambizioni di riconoscimento sociale che sotto sotto coltiva il non a caso dr Fu Manchu, sempre a caccia di riconoscimenti e titoli accademici. Conosciuta probabilmente a bordo di un lussuoso vagone della Transiberiana, allora il simbolo stesso della modernità che irrompeva nel regno della Celeste Durata Eterna.
Fah Lo Suee dovrebbe essere nata alla fine del secolo XIX. Più precisamente nel 1897, come azzarda Win Scott Eckert nel ben documentato studio dedicato al sinistro cinese, nell’ambito di quella gioiosa esaltazione del non-essere che è il gran circo del Wold Newton Universe.
Ed è sicuramente il frutto di un amore proibito, perché noi sappiamo che la famiglia legittima del sinistro Fu è stata sterminata per errore dalle truppe inglesi durante la rivolta dei Boxer. Trasformando così quello che era fino a quel momento un pacifico e occidentalizzante studioso asiatico in una belva assetata di vendetta, di domino e di sangue.
Nemmeno fosse stato allevato ai più rigidi insegnamenti biblici dell’occhio per occhio dente per dente, Fu Manchu da quel momento non farà altro nei successivi e molti racconti che lo vedono protagonista, che tentare nell’ordine di sterminare la prima famiglia di Nayland Smith, l’uomo che egli ritiene a torto responsabile della sua disgrazia, e quindi soggiogare l’intero Occidente che al colpevole ha dato i natali e la forza per infierire sul grande gigante addormentato.
A partire da The Mistery of dr Fu Manchu del 1913, noi sapremo via via tutto del grande complottatore giallo. Ma della figlia che lo accompagna come un’ombra nelle due imprese invece sapremo invece sulle prime abbastanza poco. Dovremo attendere parecchi romanzi prima che la sua immagine si definisca in tutta il suo fascino morboso e mortale.
Maschilismo dell’epoca e dell’autore, che in un periodo in cui le grandi magioni inglesi sono ancora illuminate a gas è poco disposto ad aprire alle donne una carriera autonoma, fosse pure quella criminale?
Forse. Anche se il buon Sax non poteva essere ignaro della risonanza che proprio in quegli anni riscuotevano personaggi come Mata Hari o la misteriosa Fräulein Doktor, folkloristica spia la prima ma ben più terribile dispensatrice di morte la seconda. E poi uno attentò come lui agli umori e ai pruriti del pubblico non poteva certo anteporre la sua eredità di irlandese cattolico e conservatore al piacere sottile di intrigare con i propri lettori. Un piacere cui non hanno mai saputo resistere nemmeno i più grandi.
No, c’è un altro motivo, di certo. Il problema è che il nostro immaginario è abbastanza confuso, quanto a bellezze d’oriente. E lo era ancor di più negli anni Venti, prima di Internet e dei canali satellitari. Ne sapevamo attraverso fonti confuse, spesso repertori di viaggi immaginari che mescolavano con disinvoltura Uri maomettane e bajadere indù, danzatrici di Bali e geishe giapponesi, creole dalla bruna aureola e polpute sacerdotesse azteche, in un’allegra confusione tra Indie orientali e occidentali che hanno fatto la fortuna di innumerabili edizioni di pulp.
E anche ad Hollywood non dovevano avere le idee troppo chiare. Quando si trattò di scegliere l’interprete di Fah Lo Suee tutte le incertezze esplosero a distanza di appena due anni. Per Daughter of the Dragon, del 1931, fu scelta un’autentica attrice cinese. Anna May Wong, un’esile fanciulla snella e dalle forme allungate come una gatta. Perfetta per il ruolo di copertura che si trova a ricoprire nel film, quello della danzatrice cinese Principessa Ling Moy, però proprio perché autentica non eccessivamente seducente all’occhio occidentale. E infatti nel film è un altro cinese il maschio che se innamora perdutamente fino alla morte, mentre l’eroe caucasico si conserva per la biondina caucasica standard.
E però quando solo due anni dopo si fece il casting per Tha mask of Fu Manchu, film ben più ambizioso del primo, ma che senza il successo dell’altro forse non avrebbe visto la luce, bene in quel caso venne scelta un’attrice come Myrna Loi, certo affascinante e allora nel pieno della sua incantevole giovinezza. Ma che con una cinese aveva tanto in comune quanto con una watussi. Al punto che per renderla credibile il reparto trucco ricorse a tutta la sua professionalità, inventando una fisionomia orientale fatta di lunghe ciglia, unghie laccate e tiare scintillanti talmente improbabili da non essere presenti in nessuna delle autentiche rappresentazioni nemmeno di imperatrici.
Il fatto è che tra le tante cose che noi non abbiamo ancora deciso nei rapporti con la Cina, è se abbiamo a che fare con i discendenti di Gengis Khan o con quelli di Confucio. E se insomma da loro dobbiamo aspettarci furore o illuminazione.
Con Myrna gli sceneggiatori cercano di conciliare le due cose: le assegnano una rassicurante fisionomia occidentale, ma un perfido sadismo che lei scatena nei confronti del malcapitato eroe di turno, nei confronti del quale ella nutre il più classico degli odi-amori. Con il conflitto tra le razze esaltato dalla onnipresente fidanzatina europea che, simile a una Dale Arden nei confronti della giallissima principessa Aura, vince alla fine il confronto.
La povera Fah Lo Suee è insomma condannata a servire la nostra libidine, prima ancora che la spietatezza del padre arcivillain, alimentando i nostri sogni malati di solitudine e lontananza scissa tra due nature in conflitto inconciliabile. Oriente e Occidente mai si daranno la mano, come scrisse quel buon conoscitore dei vizi di entrambi che fu Rudyard Kipling.
Ma in fondo sempre anche lei alla ricerca dell’Amore, come tutti noi anche meno villain: perdutamente innamorata proprio di quel Nyland Smith che è l’arcinemico di suo padre. E costretta a consolarsi con qualche breve avventuretta con personaggi secondari, salvo poi eliminarli senza pietà quando hanno assolto al loro momentaneo scopo di fuchi innocenti.
Ma non che la ragazza limiti i suoi talenti alla sfera erotica. Ne The daughter of Fu Manchu Sax ci scopre un po’ degli altarini del terribile Si-Fan, la misteriosa setta celeste che minaccia il mondo. Qui la ragazza dà il meglio di sé, subentrando al padre nel ruolo di guida. Addirittura assume il comando nel corso di una tenebrosa riunione dei Sette Signori al Cairo. E in Egitto si svilupperà la caccia alla altrettanto misteriosa Tomba della Scimmia Nera, e ai tesori che vi sono conservati. Pietre preziose e gioielli che assicureranno una volta per tutte la supremazia di Fah Lo Suee in un mondo che pure resta inguaribilmente maschilista.
In preda alla brama d’amore che pure la perseguita, Fah Lo Suee si concederà un breve detour con un alleato dell’eroe, l’affascinante Shan Greville. Un amore però subito spezzato dal terribile padre, che interverrà da par suo per riportare la figlia sulla corretta via del male. E all’amato Greville non resterà che consolarsi con l’aver avuta salva la vita, e un meraviglioso anello di smeraldo come dono d’addio (ma soltanto fino alla prossima puntata, perché alla fine Fah Lo Suee lo ucciderà con un bacio avvelenato, perché non possiamo pretendere troppo dal suo sentimentalismo).
Invece lei è praticamente immotale, come ogni divina che si rispetti. Forse perché ha bevuto dell’elisir della vita messo a punto dal padre con sette misteriose erbe asiatiche, forse per altri motivi. Fatto sta che resusciterà più volte da avvelenamenti, colpi di arma da fuoco, annegamenti, e sempre più bella, giovane e affascinante di prima.
E quando poi sembrerà davvero aver raggiunto quel regno delle ombre da cui l’hanno strappata la lussuria del padre e la fantasia di Sax Rohmer, anche se costretta a morire per mano degli sceneggiatori hollywoodiani, risorgerà qualche anno dopo nelle vesti di Sumuru, sua degna erede e del tutto meritevole di essere ascritta alla legittima dinastia di Fu Manchu quanto a infausti progetti per il dominio del mondo.
Ma questa, come si dice in questi casi, sarà tutta un’altra storia.

lunedì 7 maggio 2018

Il Principe - il romanzo di Cesare Borgia.

«E se quel che dite è vero, allora anche ciò che assicura la convivenza degli uomini, attraverso il dominio di uno su tutti, ebbene anche questo dovrebbe obbedire alla stessa regola di bellezza che avete assegnato alle opere di pittura!»
«Esiste certo una somiglianza tra l’opera mia e la vostra, seppure con una differenza: un quadro si conclude nel suo spazio, un regno nella sfera del suo tempo.»
Cesare assentì gravemente. «Credo che abbiate ragione. E dunque del mio Stato è alla sua durata nel tempo che dovrei mirare, più che alla sua estensione?»
«Se volete che sia saldamente fondato, sì.»
«E dovrà essere un’armonia di vuoti e di pieni, come in un edificio?» continuò il duca, meditabondo.
«Cosa state pensando, duca?»
«Alle teste che dovrò mozzare, per realizzare quell’equilibrio di cui mi dite. In quello che sarà l’ordine nuovo del mio regno.»

giovedì 3 maggio 2018

Della meravigliosa falsificazione.

Pansa ha ragione a dichiarare che la storia della Resistenza andrebbe riscritta, ma l'affermazione va intesa in senso più ampio. Non solo infatti quella della Resistenza, ma tutta la ricostruzione storiografica è in varia misura "falsa": talvolta in singoli passaggi, talvolta nella sua totalità.
E questo non per una particolare malizia o incapacità degli storici, ma per la sua natura intrinseca. La ricostruzione storica non procede aristotelicamente dall'universale al particolare, attraverso una deduzione guidata dalla necessità, ma al contrario risale induttivamente dal particolare all'universale, attraverso prima la collazione e poi l'analisi di documenti, atti, monumenti, testimonianze e memorie. I quali purtroppo sono spesso e volentieri falsi.
Perché l'uomo, unico tra gli esseri viventi, mente. E non mente solo occasionalmente o in cosa di poco spessore, ma sempre e con maggior convinzione quanto è più importante la circostanza.
E' questa straordinaria capacità di raccontare, scrivere e scolpire balle che ha consentito alla nostra specie di uscire dal magma indistinto della vita indifferenziata, per prima elaborare lingue adatte all'inganno, e poi erigere religioni e imperi, varcare oceani, diffondere su tutta la terra il canto dei poeti e perdersi nei labirinti della letteratura.
Perché stupirsi dunque che anche un episodio tutto sommato marginale nella storia del mondo come la Resistenza italiana possa essere caratterizzato da imprecisioni, errori e falsità?
Strano sarebbe semmai il contrario, scoprire una narrazione perfettamente aderente alla realtà fattuale: ma oltre che inutile come la mappa dei cartografi imperiali di Borges, il suo ritrovamento sarebbe il segno che la fine dei tempi è ormai prossima, che noi uomini abbiamo perso la capacità di illudere e che le armate dell'Anticristo stanno convergendo verso la piana di Megiddo.

La storia come estasi e danno.

Ho insegnato per molti anni storia, e ho fatto di tutto per convincere i miei allievi dell'importanza di conoscere il loro passato. Ricorrendo a minacce e lusinghe, premi e punizioni, preghiere e maledizioni.
Ma mentre facevo questo, allo stesso tempo ero turbato dalle parole di Zarathustra, sull'insopportabile gravame con cui il passato e la sua conoscenza opprime l'avventura dell'uomo, ostacolando la via della felicità che passa per l'arte di dimenticare.
Insomma, mentre oscilliamo pericolosamente su questa corda sull'abisso, tesa tra la bestia e il superuomo, che si deve fare? Non lo so, e forse è per questo che ho sempre scritto romanzi che hanno con la "storia" un rapporto molto particolare, diciamo dialettico. Un po' come quello di Rocky e Ivan Drago, su un altro piano. Alla fine ho patteggiato con Zarathustra un compromesso, che penso anche il filosofo folle avrebbe accettato, di andare a scavare non nella storia ma nelle sue ombre.
Alla ricerca non di ciò che è inciso sui frontoni dei templi, ma dei nomi più antichi che sono stati scalpellati via per far posto ai nuovi dei.
Perché nella storia, come nella vita, la pagina più affascinante è quella che non si può più leggere.

lunedì 26 marzo 2018

Varzi contro Nuvolari, eleganza e forza in una corsa.

Erano tempi in cui l’automobile era ancora gloria e potenza, la grande metafora della modernità celebrata da Marinetti. E non ancora un fastidio di latta e plastica, che non si sa più dove mettere nelle nostre città.
E chi le conduceva non era ancora un utente vessato da tasse e balzelli, ma ancora uno chauffeur, un fuochista. E quel fuoco che bruciava nei cilindri arroventati spingeva a correre, sin dai primi attimi di vita di questa nuova macchina, di cui non si sapeva ancora bene che fare. Le corse furono il primo modo di impiegarne la potenza, perché correre sembrava la cosa più ovvia e naturale per lei. E furono proprio gli italiani a creare la corsa più bella del mondo, la Mille Miglia. Non tanto una corsa, quanto un’arena, e insieme un palcoscenico, e insieme una fiera campionaria, dove si misuravamo tra di loro uomini, macchine e orgogli nazionali. E in questo campo di battaglia si sfidarono i due piloti che per venti anni si sarebbero divisi le passioni dei tifosi: Tazio Nuvolari e Achille Varzi.
Il primo asciutto, nervoso, coraggioso fino a sfidare ogni limite. Consumato dalla passione per i motori sin dalla più giovane età. Dalla guida irruente, pronto a dominare i cavalli della sua Alfa Romeo a forza di braccia, incurante della fatica e di ogni dolore fisico. L’altro bello e distinto, amante di donne affascinanti, dalla guida misurata come un cronometro, dagli abiti impeccabili in ogni circostanza. Uno che riusciva ad apparire elegante e distaccato anche con indosso una tuta sporca di grasso. Mentre Tazio sembrava piuttosto un fante della Grande Guerra, appena riemerso da uno scontro in trincea. Ma entrambi al volante di un’Alfa, perché era quel bolide rosso lo strumento di ogni battaglia.
È difficile stabilire quali fossero i loro reciproci sentimenti: certo erano rivali, eppure è innegabile che segretamente ci fosse qualcosa a legarli, quasi la sensazione di essere l’uno il completamento dell’altro. E, in qualche misura, forse davvero ciascuno avrebbe voluto essere l’altro, almeno per un attimo. Una stima di cui Nuvolari per primo aveva dato prova, chiamando nel 1926 il giovane futuro rivale a far parte della sua scuderia. Un’unione che però già nel 1928 venne sciolta, alle soglie di quello che sarebbe stato un intero decennio di sfide senza quartiere. Sfide costellate di gesti magnanimi ma anche di furbizie e di colpi bassi, a cominciare dalla famosa finale della Mille Miglia del 1930.
Sulla via del ritorno era in testa Varzi, ormai avviato a una tranquilla vittoria, con alle spalle solo le tenebre di una notte estiva sulla via di Brescia. Ma dietro di lui, insidioso come un predatore notturno, corre l’Alfa di Nuvolari, accompagnato dal suo meccanico e copilota Guidotti. E sarà quest’ultimo a render pubblico l’episodio che poi diverrà celebre. Spingendo al massimo sull’acceleratore Nuvolari colma a poco a poco lo svantaggio, fino a scorgere in lontananza le luci di Varzi che spazzano la campagna. Allora spegne i suoi fari e continua nella corsa al buio, guidato solo dal suo istinto e dalle luci di posizione dell’altro. Varzi scorge soltanto un’ombra accanto a sé, un rombo e poi lo sciabolare dei fari di Nuvolari che sono tornati ad accendersi davanti a lui, trascinato in uno slancio ormai imprendibile.
L’episodio accese una violenta disputa tra i sostenitori dei due corridori e delle rispettive scuderie. Nulla di proibito, naturalmente, da parte di Nuvolari. Anzi, la corsa folle al buio era un’altra prova, se mai ne servissero, dell’audacia ai limiti dell’incoscienza del Mantovano Volante. Ma certo non era stata una mossa elegante, ai danni dell’elegantissimo Varzi. Che però gli rese la pariglia nel Gran Premio di Tripoli, tre anni dopo. Con una vittoria su cui ancora si discute, forse frutto di un gentlemen’s agreement tra i candidati alla vittoria.
E poi altre corse e altre vittorie e altre sconfitte, e sempre l’uno accanto all’altro, uno prima e l’altro dopo, a salire e scendere i gradini dei podi dei circuiti di tutta Europa, sempre uguali e sempre diversi. Eppure, anche se divisi da tutto, si riunirono nella morte, entrambi vittime della passione che li aveva visti battagliare sulle piste.
Nuvolari morì nel 1953, con i polmoni consumati dai vapori di benzina che aveva respirato senza risparmio durante le corse. Ma questa volta fu secondo, all’ultimo traguardo: Varzi lo aveva preceduto nel 1948, ucciso in un incidente durante le prove sul circuito di Bremgarten, tradito non da un avversario, ma dalla gelida pioggia svizzera.
Era alla guida di un’Alfa Romeo 158, forse la più bella auto da corsa di tutti i tempi. Elegante, com’era stato sempre lui. E certo la stessa che avrebbe scelto anche Nuvolari, se fosse toccato a lui di finire sulla pista.