giovedì 13 maggio 2010

Due parole su Emilio Salgari


Non credo esista un solo scrittore italiano di genere, che abbia appena oltrepassato la quarantina, che non sia in qualche modo in debito con Emilio Salgari.
E non parlo assolutamente di temi rubacchiati al Nostro, o di stilemi strutturali o linguistici: anzi, a cercare in giro, sembrerebbe al contrario che da questo punto di vista l’opera del veronese sia vittima di una grande rimozione collettiva. Difficile trovare un riferimento a lui negli infiniti convegni, presentazioni, incontri che nella penisola abbondano intorno al tema del mistero, del giallo o dell’avventura. Persino della fantascienza, alla cui nascita in Italia Salgari dette pure un non piccolo contributo.
Questo sarà forse legato a una nostra costante debolezza esterofila, che anche in questo caso ci porta a magnificare tanta produzione narrativa ben più modesta, per il solo fatto di venire magari d’oltre oceano. E certo le trame del Nostro, affrontate con un piglio risorgimentale e una lingua spesso troppo condizionata dall’ibrido di una mélange tra verismo e dannunzianesimo, forse non offrono più molti spunti alla contemporaneità. No, il debito di cui parlo è qualcosa di più profondo, simile a quell’imprinting che Konrad Lorenz scoprì nelle sue ochette. Un segno che rimane dentro, e che trasforma un’esperienza in una costante del comportamento negli anni a venire.
È questo l’imprinting che Salgari ha realizzato in ciascuno di noi, la sua eredità più preziosa. È il desiderio di narrare. E, soprattutto, di narrare al di fuori di un qualunque schema giustificazionista. Salgari ci ha insegnato il piacere profondo dell’avventura come nuova e imprevista categoria dello spirito, oltre quelle canoniche: l’avventura esiste perché esiste la vita. Ed è un’eredità che ci portiamo dentro come un tesoro segreto, senza parlarne troppo in giro.
Perché in giro, appunto, non se ne parla poi molto. Ma a ben vedere non è poi così misteriosa la causa della scomparsa di Salgari dal nostro orizzonte degli eventi. Il problema è che la sua weltanshaung non è riconducibile a nessuna delle scuole di pensiero che si sono diviso il campo in Italia nel corso del 900.
Sicuramente non piaceva ai cattolici, con quel suo mondo disertato dal sacro, in cui la religione è presente solo nelle forme esotiche del fanatismo o della cecità bruta. Con i suoi eroi passionali, lacerati dai contrasti di un immanentismo spesso disperato, cinici, inclini alla violenza. In cui la solidarietà è presente solo nelle forme del bund germanico, il cameratismo d’armi che accetta la debolezza e la soccorre, ma solo all’interno della lotta e che respinge la viltà come un vulnus inaccettabile. Non piaceva per la lussuria dei suoi eroi, costante ed esaltata nonostante tenui sfumature di linguaggio, per l’ossessivo insistere sulla coppia amore e morte, svincolata da ogni istanza riproduttiva.
Non piaceva ai marxisti, con quel suo paternalismo superficiale nei confronti delle masse, appena temperato da un revanscismo anticoloniale di maniera, per di più a senso unico contro l’Impero inglese. Ma così, più una sorta di idiosincrasia personale che una convinzione ideologica. In Salgari non c’è la denuncia del colonialismo, solo quella di colonialisti cattivi. Ma è tutto il suo orrore invece che traspare violento, non appena in una sua storia appare uno squarcio di popoli non europei abbandonati a se stessi.
Non piaceva per la totale assenza dal suo panorama del mondo del lavoro, in ogni sua forma. Non piaceva per l’idea della lotta e della guerra, se non pure come nicciano come valore in sé, certamente come mezzo di soluzione dei conflitti internazionali, in chiaro spregio al pacifismo della nostra futura costituzione. Non piaceva soprattutto il suo totale disinteresse per l’idea stessa di classe e per l’abbandono fiducioso e disperato all’idea che ciascuno è fabbro del proprio destino. In Salgari raramente l’unione fa la forza: è la forza che semmai cementa l’unione.
Non piaceva ai liberali, per il suo totale disprezzo nei confronti dell’homo oeconomicus e dei valori che questa categoria reca con sé, per la feroce sottovalutazione dell’accoppiata sviluppo economico-sviluppo etico e sociale. Non piaceva per il suo amore per le differenze, che se fosse vissuto oggi lo avrebbe visto sicuramente tra i campioni del no-global più intemerato. C’è in Salgari una concezione delle cose assolutamente pre-industriale: il profitto è per lui non un fine ma un mezzo, anzi verrebbe da dire una sorta di meta puramente psicologica. Da perseguire con lo stesso spirito con cui il gentleman rincorre un record sportivo. Per lui il denaro è ancora tesoro, mai capitale. L’oro è brama e sfolgorio, mai strumento di alienazione.
Non piacque paradossalmente nemmeno alla pedagogia fascista, che pure avrebbe dovuto trovare nei suoi proto-balilla, muscolari e arditissimi, una linfa preziosa nella costruzione dell’uomo nuovo che il regime si riprometteva. Ma c’era l’anarchismo di fondo del Nostro, anche troppo evidente in quella sua continua esaltazione dell’azione individuale e nella glorificazione di quegli eserciti senza stato che sono i suoi tigrotti, i suoi pirati, i suoi regni di fantasia. Niente di più lontano dall’idea di stato etico di gentiliana memoria, troppo è diversa il popolo di Mompracem dalla comunità nazionale vagheggiata dal regime.
Il mondo di Salgari è un mondo di eroi disordinati. Di squadristi, al limite. Ma senza squadracce. Una maggiore sintonia si sarebbe potuta trovare nella sessualità solare e vorace dei suoi eroi, ma c’era il fatto degli accoppiamenti interrazziali, troppo scandalosi per poter essere accettati in un’Italia che si avviava al suo piccolo colonialismo. Che sarà pure stato straccione, come disse Churchill, ma che proprio per questo aveva semmai bisogno di distinzioni precise nella sua fase aurorale.
E certo non piaceva al mondo della scuola, sostanzialmente ancora dominato dal modello manzoniano declinato in tutte le possibili variazioni del bello scrivere. Salgari, con il suo stile ellittico, fluorescente ma anche affastellato, con la sua sintassi sbrigativa e il suo lessico post romantico lontano sia dalla flessuosità crepuscolare che dalla semplicità strapaesana, non era certo un modello da proporre ai giovani. I suoi non erano nemmeno fumetti, da ricondurre in qualche modo alla tranquillizzante palude della cultura di massa. Erano… erano un’altra cosa.
Insomma non piaceva a nessuno. Tranne che ai suoi lettori. Che in fondo erano un po’ come lui: inquieti, fantasiosi, scomodi. E quelli se lo sono portato appresso, anche senza saperlo. Prendete un qualunque giallo, o noir, o avventura scritta in Italia negli ultimi cinquanta anni. Non ci troverete né tigrotti, né corsari, né sovrane d’oriente. Ma appoggiate una pagina di uno qualunque di questi libri contro la finestra, e osservate la filigrana: come in una lanterna magica apparirà un tumulto di corpi e di emozioni, duelli e arrembaggi, passioni violente e disperazioni abissali. Soprattutto apparirà una chiave narrativa singolare, l’idea di una narrazione come punto di equilibrio tra istanza morale e nichilismo assoluto, che ritorna puntuale in tante opere della contemporaneità.
Forse un giorno ci libereremo di lui: scomparirà come la Tonante tra le nebbie di infiniti e inutili blog, arenata tra le secche di una fiction povera e ripetitiva. Un piccolo, triste crepuscolo degli dei, celebrato dal lugubre suono del ramsinga. Saremo tutti un po’ più poveri, e più infelici.

3 commenti:

Fabrizio Foni ha detto...

Salgari piaceva a Ernesto "Che" Guevara, e il suo immaginario si era senz'altro scavato una nicchia - importante - nel cuore di Cesare Pavese. Due figure che, al di là delle agiografie, senz'altro non erano allineate, neppure con chi poi li ha un po' resi dei santini o al contrario li ha incasellati, e perciò svuotati della loro atipicità.
Mi pare, inoltre, che tra i salgariani (popolo alquanto bizzarro, anzichenò) ci sia uno strano silenzio sugli ultimi romanzi scritti dal Nostro, quasi a voler creare un 'canone' per una produzione che canonica non è. L'intento del convegno liegese del febbraio 2009 (dal titolo "Un po' prima della fine? Ultimi romanzi di Salgari tra novità e ripetizione") e soprattutto degli atti, era proprio quello di sondare la "jungla" dei romanzi ignorati, dal 1908 in poi.

Giulio ha detto...

Giusto, e varrebbe la pena di riflettere anche sugli epigoni espliciti, come Motta, per capire meglio come il virus salgariano sia filtrato poi nelle generazioni successive.

Fabrizio Foni ha detto...

Certamente! Mi ha sempre incuriosito in particolare Emilio Fancelli,di cui so davvero poco... Prima o poi dovrò approfondire... più poi che prima, visto che il tempo è (ahimè) quello che è :(