martedì 27 luglio 2010

Commercial - 4



Dopo alcuni giorni di incertezza, dal 20 luglio è davvero in libreria la Sequenza mirabile. Quanto prima vi racconterò da dove viene il misterioso sistema che è all'origine della storia.
Ma per adesso mi limito a trascrivere qui l'inizio del romanzo, per chi avesse voglia di farsene un'idea.











Non c’è alcuna ragione perché vincano i buoni. E infatti normalmente non accade.

Però alla fine non vincono nemmeno i cattivi. È certo anzi che i cattivi finiscono sempre male.

In ogni caso, trionfino i cattivi o i buoni, nessuno vince mai niente.



1

Ho sempre amato i personaggi sinistri. Meglio ancora se perfidi, soprattutto le donne. Perché, siano gli Dei o un destino beffardo, qualcuno assegna proprio a loro il compito di movimentare le nostre vite, strappandole alla noiosa palude quotidiana.
Mi affascina il fatto che i soggetti non si limitino a pochi modelli base, ma che al contrario si articolino in una vasta congerie di tipi, famiglie, specie. In ordine alfabetico da Alieno a Zombie, passando per Cannibale, Mentecatto, Orco, Paranoico, eccetera. La S ne rubrica addirittura più d’uno, il Serial Killer, il Sadico e lo Squartatore, oltre allo Scienziato Matto. Tra tutti le mie simpatie speciali vanno proprio a quest’ultimo, che è detto anche Genio Folle. Pure l’Incendiario o il Terrorista Islamico non sono male (quest’ultimo leggermente inflazionato dopo il fatto delle Due Torri), ma il Genio Folle ha una marcia in più rispetto ai suoi compagni d’avventura: la superiore perversione dell’intelletto applicato al male, il vertice della scala evolutiva che si rivolta e lavora per il caos, ripetuto in un’infinita varietà di ibridazioni.

In genere il Genio Folle finisce male: pugnalato, strangolato, crivellato di pallottole, schiacciato dal crollo di muraglie, precipitato in voragini, impiccato, disperso in labirinti o sotterrato in anguste miniere, affogato in liquidi caustici, in acidi, in alcoli, in lordure, lave incandescenti. O anche triturato in ingranaggi immani, fulminato dall’alta tensione, ibernato in remoti laboratori artici, o ancora corroso da sublimati, evaporato da arsura di gas o vampa solare o esplosione da polveri, dinamite, fulmicotone, fissione atomica. Trascinato nel vuoto sidereo su razzi in fuga, o sommerso in affondamenti di nave, abbrancato da piovre giganti, stritolato da piante carnivore, dilaniato dal Kraken, sbocconcellato da fiere rampanti o sminuzzato da granchi, morsicato da murene, sbavato da cani rabbiosi, morso da serpenti o punto da scorpioni, roso da termiti, afferrato da cadaveri mal ridesti. Talvolta giustiziato con tutte le garanzie di legge, ma più spesso sprezzantemente eliminato sul posto con asce e scuri, mazze, spadoni a due tagli, arpioni, bombe a mano, torce a combustione naturale o a gas. Irradiato da raggi Roentgen, ultravioletti, gamma e alfa in storie di impianto realistico, oppure dai theta che rendono invisibili e dagli zeta che rimpiccoliscono, in quelle di pura fantasia.
E poi ce n'è uno che per me è il massimo: trafitto dalla spada di una statua di un enorme carillon in cima a un campanile pseudogotico nel Connecticut. Trattasi in questo caso del Nazista, ma vale ugualmente. Solo a Orson Welles poteva venire in testa una cosa del genere, ma Welles è lui stesso un Genio Folle e dovrebbe stare nel catalogo.

Gettai un’occhiata allo schermo del computer, in attesa che il sito di Morningstar desse la chiusura della borsa a Tokio. E intanto mi chiedevo dove collocare Ermete Cimbro e sua figlia. Lui evocava molti dei parametri del tipo in questione, ma senza la torbida grandezza che sempre lo accompagna. Se mai eravamo più nel Maniaco, così a prima vista. Per il suo aspetto in generale ma soprattutto per i discorsi, il modo di scrutare la figlia tra adorazione e sgomento, l’atto incongruo di rassettarsi di continuo la piega dei calzoni. Per le lunghe occhiate lanciate alla pietra cremisi del suo anello, una specie di divinazione mistica. E anche per l’anello, da capo tribù del Congo quando era ancora belga.
La figlia suggeriva invece maggiori possibilità di ricoprire con successo ruoli estremi. Sopra i trenta, forse più spigliata e chiacchierina della Dark Lady classica, ma comunque intrigante. Bella, decisamente, in nulla penalizzata da una sottile asimmetria nel gioco degli arti e negli angoli generati dai piani del volto, che pure eludevano la misura aurea di una geometria perfetta. Con la sua pelle bianca e delicata, appena picchiettata di efelidi sugli zigomi, in singolare contrasto con l’incarnato olivastro dell’uomo, le mani armoniche dalle unghie acuminate e vampire, a fronte di quelle paterne invece massicce e animate da una forza segreta e iugulatoria, gli occhi caldi nerissimi di contro allo sguardo glauco e mortifero di lui.
E poi c’erano quegli incredibili capelli rossi naturali, un mogano profondo, erotico. Il rosso delle eroine dei fumetti, mai visto. Sembrava uscita da una tavola di Milton Caniff, con tanto di retinatura per i chiaroscuri.

Non è che brillassero per concisione, e nel raccontare tendevano ad accavallarsi e a darsi sulla voce. Cercai nelle tasche una sigaretta per aiutarmi a seguire la storia.
Le cose, sfrondate delle divagazioni, erano queste: nell’autunno del 1924 i Sette Nani, celebri acrobati dell’epoca, erano morti nel corso di uno sfrontato esercizio senza rete. E un certo Aristotele Cimbro, loro parente, era stato ritenuto dall’opinione popolare responsabile del fatto.
I Sette Nani comunque non erano nani e non erano sette. Quanto al numero se ne contavano appena cinque, ed il totale era raggiunto solo grazie a due generici del circo, per evidenti motivi simbolici. Le due comparse, in identica livrea circense di mantello e mutandoni cilestrini, entravano con loro nell’arena confondendosi nel mucchio, poi ascendevano alla meglio fino ai trapezi e lì se ne restavano defilati, inerti e ben aggrappati alle corde, senza guardare troppo in basso a scanso di fastidiose vertigini.
Quanto poi alla nanitudine, essi in media svettavano verso i sei piedi inglesi, che non è poco per gente obbligata alla leggerezza, ed era misura tutt’altro che disprezzabile in quegli anni. Erano coronati inoltre dall’alone di una grande ricchezza, confermata da un vortice di auto, abiti di gran taglio e belle donne al seguito.
Così, quando in quel novembre malinconico occorse il ferale accidente, di Nani ne morirono soltanto quelli veri, non essendoci alcun motivo per una disgrazia più grande. Ma nell’infernale parapiglia che s’accese alla caduta di tutto il mazzo anche i due, che avevano schivato il gran viaggio, furono conteggiati in morte come lo erano stati in vita. Parenti e amici non ritennero di dover smentire un’universale notorietà la cui correzione avrebbe richiesto noiose spiegazioni, e ancora oggi una lapide sul loro sfarzoso mausoleo al Monumentale di Milano recita “I Sette Nani Lassù Volteggiano”.
Aristotele Cimbro era all’epoca dei fatti impiegato nel Gran Circo Bandini, quello appunto dove perigliavano i Sette. Svolgeva non meglio definite mansioni amministrative, aiutava a montare e smontare il telone, accudiva gli animali anche più pericolosi, intratteneva i vecchi della carovana nei loro momenti di logorrea. Inoltre manuteneva, oliava e rappezzava gli attrezzi di fantasisti e funamboli e ne verificava viti e rinforzi, tentando di assicurare a quell’equivoca ferraglia una stentata sopravvivenza.
Caduti i Nani, proprio per la rottura del cavo che reggeva tutta la baracca, subito fu additato alla pubblica infamia: oltretutto non pare che godesse di molta stima, avendo nomea di sottaniere e giocatore, frequentatore assiduo sia di postriboli che di tutti i tavoli verdi, tutte le bische e tutti i casinò che i suoi limitati mezzi gli permettessero di raggiungere. E anche al di là di questi, sempre se c’era da dar credito alle voci.
Una rapida inchiesta accertò che i Nani avevano tirato le cuoia per vanagloriosa disattenzione, e non venne formulata alcuna imputazione ufficiale. Il Cimbro restava però gravato dai macigni di un’accusa non detta. Ma non languì a lungo nella tristezza. Si licenziò dal circo, quasi avesse voluto cancellare così il ricordo della colpa, dandosi a peregrinazioni incerte, forse all’estero, di cui poco si era potuto ricostruire. Evaporò in una dimensione vaga, tra riservatezza e fuga, interrotta da stentate cartoline fino alla tragica morte. Avvenuta due anni dopo in un albergo della Costa Azzurra, a seguito pare di un tentativo di rapina.
Da essere vivente si trasformò prima in un caso esemplare di giustizia divina, poi in aneddoto. La polizia francese aveva svolto una breve indagine senza approdare a nulla. Le sue cose, insieme con alcune carte, furono restituite tramite autorità consolari alla famiglia, che allora viveva a Milano. Un impiegato frettoloso era giunto da Roma con un baule di vestiti e un plico sigillato per adempiere le formalità della consegna. Si sperò che l’uomo fosse latore di qualche particolare inedito, che portasse luce sulla vicenda: ma il funzionario s’era stretto nelle spalle, enigmatico e silente come ogni messaggero d’oltretomba.

«Aristotele Cimbro era figlio di Egisto, morto prima della Grande Guerra. Aveva due fratelli, Evandro e Ariodante» disse lei.
«Scusi?»
«Ariodante, mio padre. Morì nel '57, vittima della terribile epidemia di influenza asiatica. Una tragedia mondiale» precisò lui, con puntigliosità storico-anagrafica.
«Ah, certo.» Feci un rapido calcolo: «I Nani invece nel ’24. Più di ottanta anni fa. E poi che è successo?»
Intervenne di nuovo lei. «Tutti i suoi effetti personali furono riconsegnati a Evandro, il maggiore dei fratelli superstiti. Papà allora non era ancora nato.»
Colsi un’occhiata infastidita verso il genitore. Ovvio che non essere ancora nato aveva poi determinato delle difficoltà, e la cosa non era stata ancora del tutto perdonata. Segnai “Evandro” su un post-it. «Evandro, fratello di Aristotele e di suo padre Ariodante. Giusto?»
«Tenne ogni cosa per sé. Non si è mai sposato e non ha avuto figli.»
«Chi?»
«Evandro Cimbro, naturalmente!»
Cominciavo a perdere il filo. Aggiunsi sul post-it un abbozzo di albero genealogico, per sicurezza. I Cimbro tendevano a ripetersi uguali nelle varie generazioni, solo con piccoli scarti nei nomi di battesimo, tutti più o meno arcaicizzanti come una stirpe da tragedia greca. O i Luigi di Francia, un altro incubo.
«Morì nel ’45, in Svizzera. Era riparato lì, sa i tragici eventi bellici… zio Evandro era stato di simpatie, come dire, discutibili, alla luce della nostra moderna sensibilità…» ritenne a quel punto di spiegare lui. Allora poco più che un bambino, ricordava come un sogno quei giorni concitati, lo sconcerto in famiglia, i discorsi dei grandi dietro le porte chiuse. Il senso confuso che fosse avvenuto qualcosa di irreparabile.
«Nel ’44 si arruolò nelle SS italiane, col grado di maggiore. Lei capisce che dopo il 25 aprile…» chiarì la figlia.
Capivo benissimo. Un uomo di carattere. Poco incline a secondare la mutevolezza dei fronti. Tratteggiai mentalmente un’immagine, completa di corrusche mostrine a testa di morto. «La famiglia non ha saputo più nulla. Fino all’anno scorso. È arrivata una comunicazione dell’Unione Banche Svizzere. Ci hanno cercato loro, avrà sentito, la questione dei conti aperti dai profughi durante la guerra…»
Mi sembrava infatti di ricordare qualcosa. I soldi dei deportati, soprattutto. Che quei paraculi degli svizzeri si sono tenuti. C’era stato uno scandalo, si erano messi di mezzo gli ebrei americani. Alla fine era dovuto intervenire il governo per costringere le banche a ridare qualcosa.
«Ci hanno restituito il contenuto di una cassetta di sicurezza. Qualche oggetto di valore e… alcune carte.»
«E’ tutto molto interessante. Ma cosa posso fare per voi? Non ho capito esattamente…»
Si lanciarono una rapida occhiata. «Vorremmo che svolgesse un’indagine.»

lunedì 19 luglio 2010


Ho aggiunto recentemente un pezzo relativamente raro alla mia panoplia, la Space Pilot Nuclear Missile Gun: un bell'esemplare di arma da fianco prodotta una cinquantina di anni or sono dalla Merit of England.
La Merit era una piccola fabbrica di munizioni nucleari, che per un breve tempo estese la sua produzione anche alle armi leggere per armigeri spaziali. Meritoria nel nome e nei fatti, la Merit è nota soprattutto per aver armato gli equipaggi delle navi stellari nel periodo in cui l'Inghilterra, dietro la spinta della mai troppo lodata British Interplanetary Society sembrava avviata a primeggiare nella colonizzazione del sistema solare.
Le sue armi furono adottate anche dal mitico esploratore Dan Dare, prima che il collasso dell'impero costringesse i figli di Albione a ripiegare su attività meno rischiose quali il cricket, le bevute al pub e le partite di calcio in tv.
L'esemplare in questione viene dalla demolizione di un vecchio astrocargo, ed è stato trovato nel quadrato ufficiali insieme con altri reperti e documenti d'epoca, andati purtroppo dispersi all'incanto.

sabato 26 giugno 2010

Il romanzo McDonald's




A prescindere dai gusti, il BigMac è comunque un capolavoro dell'industria dell'intrattenimento, prima ancora che di quella alimentare. E' infatti ampiamente provato da molte ricerche socio-culturali come la gran maggioranza dei suoi voraci consumatori non vi si getti sopra per soddisfare il sano istinto della fame: al contrario, la sua funzione più profonda e segreta è proprio quella opposta di stimolare l'appetito anziché placarlo, come ogni droga che si rispetti.

Ma come funziona? Trattandosi di un prodotto destinato programmaticamente a grandi masse indistinte di consumatori, privi di marker nazionali, la sua base è costituita da elementi largamente diffusi e conosciuti nel mondo: carne di manzo, pane di grano, verdure in uso in ogni continente. Questo per generare un clima di familiarità e di sapori attesi: il trucco consiste nell'aggiungervi degli "appetizer", degli esaltatori del sapore ottenuti con una miscela di sali, grassi e spezie che ne determinano il risultato finale. E la conseguenza è che ci si alza dal tavolo momentaneamente pacificati, ma indotti in realtà a tornarvi quanto prima per riprovare la stessa dolce gratificazione.

A ben guardare, non è che la letteratura di massa funzioni in modo troppo diverso. Anche qui compaiono sin dalle origini alcune caratteristiche similari: a differenza della scrittura “alta”, dove il testo si pone programmaticamente come un unicum finale relativo a un determinato complesso di domande esistenziali (quando Proust affronta il tema del rapporto con il passato, o Dostoevskij quello della colpa, o Mann il rapporto tra malattia e creazione estetica, lo fanno intenzionati a “concludere” la riflessione intorno a quei temi, non certo ad aprirla), nel caso della Trivialliteratur lo scopo dello scrittore non è invece quello di fornire al lettore un insieme di "risposte" intorno a un tema scelto, quanto semmai quello di suscitargli continue "domande", perché il ciclo scrittura-pubblicazione-lettura sia continuamente alimentato e potenzialmente inesauribile.

Proseguendo nella metafora, insomma, lo scrittore di massa non si pone assolutamente il problema di saziare il suo lettore, ma al contrario di “fidelizzarlo” al suo prodotto, ingenerandogli un desiderio ricorsivo degli stessi sapori.
E la formula è molto simile a quella messa a punto dai maghi californiani della polpetta. Nel caso della letteratura di massa (ossia rivolta a un lettore non specialistico e potenzialmente indifferenziato) alcuni degli appetizer sono ben noti e scoperti: l'uso di personaggi seriali, il ricorso a situazioni topiche ben note al lettore, l'aggancio a eventi cronachistici che abbiano colpito in epoca recente la sua immaginazione, il far leva sulle paure, sui desideri o semplicemente sulle mode del momento.
Altri, come gli ingredienti segreti del panino, sono più coperti e sfumati: uno per tutti la leva esercitata su alcuni condizionamenti ideologici diffusi nei presumibili utenti, come la vulgata ecologista, la paura della pervasività assoluta delle organizzazioni criminali, l’ineluttabile degenerazione di ogni Potere in Tirannide.

Comunque la si pensi, sono ormai più di due secoli che questo scontro tra fast food e haute cuisine va avanti senza esclusione di colpi, e non è detto chi la spunti, alla fine. Personalmente tirerei per Proust, ma se devo essere sincero, anche un bel paninazzo succulento…

giovedì 24 giugno 2010

Notizie dallo spazio - 8


Dopo alcuni giorni di preoccupante silenzio, il centro d'ascolto della Western Union in Arizona ha ripreso a ticchettare, captando un nuovo messaggio dei nostri eroi.
Grandi nuove si annunciano! Mettendo a frutto la sua vasta esperienza di scienziato ed esploratore, il colonnello Brady sta redigendo un imponente rapporto sulla caratteristiche fisiche, politiche e sociali del pianeta Marte, che si preannuncia come l'opera definitiva che sgombrerà una volta per tutte il campo da decenni di artata disinformazione.
Sapremo così dei popoli che lo abitano, apprenderemo le meraviglie tecniche della sua enorme canalizzazione, potremo godere delle sue ricchezze artistiche e dei risultati del lavoro dei sui scienziati e filosofi: un intero scrigno di stupefacenti scoperte sta per schiudersi davanti ai nostro occhi!
Nelle more di tanta opera la bella Aurore si è subito impegnata nel terzo settore, aprendo tra l'entusiasmo delle signore marziane la prima sezione femminile transterrestre del KKK.
L'inaugurazione della sede, sita in una delle più eleganti avenue della città di Khandoria, è stata occasione per l'elezione di Miss Klanett, un concorso di bellezza che si avvia sin d'ora a cenfermarsi uno degli appuntamenti mondani più seguiti dell'anno.
Nella circostanza la Monti-Smith ha messo in luce le sue virtù di intrattenitrice, deliziando il numeroso pubblico con la sua grazie e bellezza incomparabili.

sabato 12 giugno 2010

Alla Locanda dell'ammiraglio Benbow.

Pensa qualcuno che la narrativa di genere sia scaturita pressoché completa dall'opera di Edgar A. Poe, come Minerva armata dalla mente di Giove.
Oppure, cosa che a me appare più probabile, che sia il lungo frutto delle leggende e dei cantari con cui i nostri antenati indoeuropei addolcivano le veglie intorno al fuoco nel corso delle loro migrazioni. Oppure ancora che sia invece diretta erede di quei fogliettoni che a partire dalla rivoluzione industriale hanno coinvolto masse sempre più vaste nel gusto per l'avventura e l'insolito, complici le nuove meraviglie che la scienza moderna andava scoprendo con dovizia.
Sia l'una cosa o l'altra, certo è che nell'eterogeneo mondo del giallo, del nero, dell'orrore, della fantascienza e del fantasy si avverte pur nella diversità di temi e stili una qualche aria di famiglia: il fatto di essere tutti figli di uno stesso desiderio d'avventura.
E a volte mi sorprendo a pensare come sarebbe bello se esistesse davvero da qualche parte una Jamaica Inn, o una Locanda dell'ammiraglio Benbow, o magari una Taverna dei Sette Peccati: un luogo insomma dove tutti gli appassionati di genere, che ne siano scrittori, lettori o semplicemente curiosi, potessero capitare di tanto in tanto per incontrare i loro simili. Così, senza alcun limite o impegno, come si capita talvolta inattesi in casa di amici.
Un astroporto sugli anelli di Saturno sarebbe immagino un progetto troppo ambizioso, ma almeno un caffé da qualche parte? Certo, esistono una marea di siti virtuali, per tutti i gusti e anche troppo affogati da visite e commenti: ma volete mettere il fascino dello spazio e della materia reali? Oltre a quello dei suoni, della vista, e magari gli ineffabili aromi di esotiche bevande come l'immortale Gin-sling (quattro parti di gin e una di quel che vuoi)?
Penso proprio che dovremmo trovarlo da qualche parte, prima o poi, un luogo di tal sorta dove portare le nostre maschere e pugnali. Magari già esiste, e può anche darsi che vi capitino cose come quelle illustrate nel filmetto che vi accludo (l'improbabile commento in russo aggiunge un tocco esotico alla faccenda).
Ma l'uomo forte non si lascia fermare sulla sua strada da queste piccole sciocchezze, no?

venerdì 11 giugno 2010

Commercial - 3


Qualche anno fa mi capitò, per una di quelle coincidenze che sono l'essenza stessa della vita (ma che pare invece vadano evitate nelle narrazioni, almeno a sentire gli editor e i maestri di scrittura più avvertiti) di avvicinarmi al mondo colorato dei giocatori d'azzardo.
E soprattutto al settore variegato e pittoresco degli inventori di metodi per vincere al gioco: una strana categoria di sognatori irriducibili, in bilico tra il genialoide e il matto scatenato, animati dal desiderio di dominare le ferree leggi del Caso e piegarle alla loro superiore volontà.
Per qualche motivo queste figure di cercatori dell'impossibile mi hanno sempre attratto: pensavo prima o poi di scriverci qualcosa e il poi è arrivato. Il risultato è La sequenza mirabile, che uscirà in tutte le librerie il 6 luglio p.m.
Il frate che vedete in copertina in realtà c'entra solo marginalmente con la vicenda, ma evidentemente ha colpito la fantasia dei grafici della Mondadori a tal punto da privilegiarlo sugli altri personaggi: scienziati pazzi, donne misteriose e bellissime, terribili assassini, originali matematici, alchimisti sconclusionati e sulla sfondo anche il divino Gabriele d'Annunzio, in qualche modo tirato dentro nella vicenda.
Insomma una bella compagnia: ma che, per citare la quarta: ...non immaginano gli incauti che non è il numero, ma il Male a dominare la sequenza mirabile...

sabato 5 giugno 2010

Bomba! - 2

Ho appreso da poco che anche il Myanmar vuole dotarsi di un armamento nucleare. Confesso che sulle prime ho avuto qualche difficoltà a sistemare sull'atlante il paese, al di là di una vaga reminiscenza sud-est-asiatica. Ma poi con viva emozione ho ricollegato il nome esotico alla fascinosa Birmania: terra di misteri e di emozioni salgariane quanto mai, a cominciare da quella Città del Re lebbroso, che se non sbaglio Emilio dispone appunto da quelle parti.
E subito dopo mi è tornata alla mente la marcetta del colonnello Bogey, che dedicò tanti sforzi a edificare un ponte sul fiume Kwai nelle stesse zone: sfido chiunque sia nato nei '50 a non averla fischiettata almeno una volta. Del resto quel ponte di legno e bambù era già allora la dimostrazione che se si vuole si può fare molto, anche con mezzi limitati come pare siano quelli del paese.
L'idea che dopo la bomba capitalista, quella sovietica, quella cino-comunista, la bomba sionista e quella islamica se ne possa avere anche una ispirata alla filosofia buddhista mi intriga: quale miglior prova della duttilità di tale ordigno, ingiustamente calunniato da certa stampa al servizio delle lobbies della dinamite e del fulmicotone?
Per i più giovani accludo un filmato con la musichetta in questione, nel caso vi venisse voglia di sfilare a passo di marcia in qualche jungla.