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mercoledì 21 marzo 2018

L'età dell'oro

In tutte le civiltà alberga la tradizione di una perduta, antichissima stagione in cui la terra era ospitale e fertile, gli animali fecondi, le stagioni clementi, gli uomini pacifici.
E' l'età dell'oro, diversamente collocata in valli meravigliose e segrete, o su alture montane inaccessibili. Una tradizione tanto radicata da riproporsi continuamente, specie quando i tempi accrescono l'inquietudine del vivere.
Tradizione tanto radicata e duffusa, da lasciar pensare che non si tratti solo di una leggenda, ma che al suo fondo si nasconda un nucleo di verità.
Il primo a porsi il problema in termini moderni fu Jean Sylvain Bailly, astronomo ma soprattutto grande studioso delle conoscenze astronomiche dei popoli antichi.
Egli partì da due semplici domande. Perché la Terra è l'unico pianeta del sistema solare il cui asse di rotazione sia inclinato sul piano dell'eclittica? E perché i babilonesi divisero il cerchio in trecentosessanta gradi?
La prima domanda non sembra avere una spiegazione: se i pianeti si sono formati per aggregazione delle polveri orbitanti intorno al sole, le leggi della gravitazione dovrebbero far sì che queste masse ruotino su un asse perpendicolare al piano della loro orbita intorno alla stella, come ogni buon giroscopio o trottola che si rispetti. Il che avviene appunto per tutti gli altri pianeti.
La seconda domanda non ha parimenti una risposta logica: la base sessagesimale non trova alcun risontro in natura, come avviene invece platealmente per quella binaria (giorno-notte) o decimale (le dita delle mani). E i calcoli relativi ne risultano molto più inutilmente complessi.
A meno che... e se in un'epoca molto remota anche la Terra avesse rispettato le regole della gravitazione, ruotando perpendicolarmente all'eclittica? Invece delle stagioni avremmo avuto una serie di fasce termiche costanti, e una vasta fascia temperata di eterna primavera, senza sconvolgimenti climatici, le piante in grado di fruttificare due e anche tre volte l'anno, gli animali di accoppiarsi e riprodursi senza più limitazioni. Vivendo nell'abbondanza e senza paura di penuria e carestie i primi uomini non sarebbero stati costretti a battersi l'un contro l'altro per accaparrarsi le poche risorse.
E se poi la durata dell'anno in quel tempo fosse stato di 360 giorni? Non sarebbe venuto istintivo ai nostri antichi di dividere ogni cerchio in 360 parti, esattamente come il cerchio cosmico dell'orbita terrestre che vedevano ruotare sulle loro teste?
Ma cosa alterò questa condizione edenica, riducendola alle miserie dei nostri giorni? Secondo Bailly fu una castrofe cosmica, che lui ricavava appunto dallo studio delle antiche tradizioni cosmiche: la comparsa improvvisa del pianeta Venere, che appare di colpo nelle tavole babilonesi dove è del tutto assente prima di una certa data. Avvenimento che probabilmente fu cantato nell'Enuma Elish, il poema sacro babilonese che narra apparentemente di una terribile guerra combattuta nei cieli da divinità litigiose.
Lo spostamento di Venere dalla sua sede originaria a quella attuale, sfiorando la Terra nella sua transizione, provocò lo spostamento dell'asse di rotazione, e insieme impresse un rallentamento alla stessa, portando agli attuali 365 giorni e frazione.
Una teoria che poi in epoca recente fu ripresa anche Immanuel Velikovsky, altro grandissimo astronomo eretico e maledetto.
Ma che soprattutto fornisce una possibile spiegazione razionale a quello che è uno dei sogni costanti dell'uomo, e insieme una nuova speranza: in fondo non si tratterebbe che di raddrizzare di nuovo l'asse terrestre. Ma di questa e altre titaniche imprese tratterò in altre occasioni, cominciando con l'Atlantropa dell'imaginifico Herman Sörgel.

martedì 9 settembre 2014

Canto d'amore per HORROR.


Devo aver visto per la prima volta la pubblicità di Horror su Linus. Almeno mi sembra, anche se non potrei giurarlo, o forse da qualche altra parte.Allora leggevo tutti i fumetti su cui riuscivo a mettere le mani, ma Linus mi sembrava la più bella rivista del mondo, in quello che mi sembrava il più bell’anno del mondo.

Linus era quasi perfetta, tranne che per un particolare: doveva essere fatta da gente troppo seria. Perché era piena di roba da ridere, come tutte le cose fatte da gente seria. Ma quando si è adolescenti si ha una terribile necessità di prendersi sul serio, si cerca il dramma e lo spasimo, ci si vuole confrontare con il buio del mondo. E poi si vogliono avventure pericolose, e i razzi scagliati verso lo spazio. E donne affascinanti, quelle che poi cerchi e ti ricordi per tutta la vita. Io ero innamorato delle donnine fantastiche di Milton Caniff, o quelle di Robbins. Anche per questo avevo cominciato a leggere Sgt. Kirk, che era pure più grande, nel formato. Sì, Sgt Kirk era proprio uno splendore, con quel suo profumo d’oriente, gli uomini che erano uomini e le donne che erano donne, proprio con tutti gli attributi giusti. Però ero incerto su Pratt, le sue tavole avevano un taglio espressionista diverso dagli americani, invece di ombreggiare con i retini lui tirava giù quei segnacci d’inchiostro, non avrei giurato che sapesse proprio disegnare tanto bene. Ma sul Sgt. Kirk dicevano tutti che era un genio, e forse era vero dopo tutto. Almeno per le sue storie. L’addio di Pandora a Corto, più bello della fine di Casablanca.

E poi c’era Battaglia, quello sì che era il massimo, incredibile, il mio idolo. Il maestro, il Raffaello dei fumetti, se Raymond era il Michelangelo. L’unico a tentare la strada del terrore. Un orrore gotico, letterario, pieno di allusioni, delicato. Tutto costruito con mezze tinte, con quello sfumato che annebbiava le immagini in un crepuscolo d’orrore. Ve la ricordate la Caduta della casa Usher? Oppure Re Peste? Con i due marinai buffi che prima sembrano uscito da una pagina del Corriere dei Piccoli, e poi, verso la fine, diventano spaventosi, in mezzo a quella galleria di mostri da baraccone del Luna Park, come pupazzi di quelle straordinarie case stregate che adesso non ci sono più. E invece sono orrendi, peggio che nel racconto di Poe. Battaglia era il grande maestro del grottesco, toccava le corde dell’0rrore segreto, quello vero. Senza schizzi di sangue, senza zanne e tentacoli. Il vero allievo di Poe. L’orrore non viene dalla Germania ma dal profondo dell’anima.
Ne ero convinto anch’io, ero convinto di qualunque cosa avesse detto Poe. Lo conoscevo a memoria. Anche il Colloquio di Monos e Una, che per trovarlo dovevi rapinare la Biblioteca Nazionale. Ma nei fumetti niente.

L’orrore era proprio il punto debole di tutte le pubblicazioni a fumetti di quel tempo. Io ero un innamorato dell’orrore, oltre che delle donnine di Caniff. Ma sembrava che interessasse soltanto me. Ero appena sopravvissuto al sano realismo manzoniano, nutrendo la mia resistenza con forti dosi di Hoffmann. Mi ero sorbito anche tutto Dracula, quello scritto, il romanzo. Che avremo letto in tre, in tutta Italia. Perché non c’era una rivista dell’orrore a fumetti decente? E invece il mondo sembrava imbevuto di orrore. Come potevo scappavo a via Veneto, a rovistare nella pila dei fumetti americani che l’edicolante nascondeva da un lato del tendone, a disposizione dei figli fortunati degli addetti all’ambasciata. Lì c’era il favoloso Creepy, e gli albi della Gold Key, con le storie di paura. Avevo imparato l’inglese solo per quello, e cercavo di leggerne il più possibile, prima che l’edicolante se ne accorgesse e uscisse infuriato a rimettere in ordine il caos in cui avevo gettato gli albi, senza comperare mai rigorosamente nulla, proprio perché avrei voluto avere tutto.

Poi un giorno vedo quella pubblicità, Horror, mensile a fumetti di terrore magia incubo mistero. Nell’affiche, se non ricordo male, c’era la faccia del solito vampiro stralunato con in testa il cilindro e i denti da squalo, come in Midnight vampires. Oppure era un’altra cosa, e faccio confusione. Ma qualunque cosa fosse fu un tuffo al cuore. Toccavo il cielo. Finalmente anche in Italia sarebbero usciti quei fumetti su cui lasciavo gli occhi a via Veneto, la fine della solitudine, c‘era qualcun altro come me su questo pianeta, Robinson e una vela all’orizzonte. La rivista era diretta da Castelli e Carpi. Non avevo idea di chi fosse Castelli, allora, ma di Pier Carpi avevo letto la storia di Cagliostro, e un libro sulla magia che devo avere ancora in casa, nascosto tra quelli che non leggerò più. Avete notato che c’è uno scaffale così in ogni libreria? Perché lì vanno a finire i libri che non si rileggerano perché non serve. Come Delitto e castigo, come la Recherche. Come Weird Tales. Perché sono finiti nei nostri cromosomi, nei neuroni, nell’ipotalamo o insomma dovunque sia quel pezzetto di noi che ci fa come siamo, che poi ci portiamo dietro per sempre. Pier Carpi aveva anche curato un’antologia dei racconti di Poe, con la copertina di cartone, da poveri, e le illustrazioni di uno che allora non conoscevo, un certo Rostagno, che disegnava con un tratto neoliberty fluido, che in certe movenze ricordava qualcosa di Crepax, con quelle sue figure allungate, divinamente scollacciate, che non guastava affatto per uno dei miei anni. Anche se Crepax era più secco nel tratto, più fotografico. E poi era uno dei re di Linus, lo osannava OdB e pure Eco. Ogni tavola di Crepax ribolliva di particolari, un mazzo di chiavi su un tavolo con tutte le chiavi, e se la macchina fotografica era una Nikon sopra c’era scritto proprio così, Nikon. Invece il disegno di Rostagno era più sognante, sembrava uscito da una rivista di moda allucinata, le sue donne diverse dalle fotomodelle sonnambule di Valentina. Simili alle ragazzine in minigonna che giravano per le strade vere. Seminude ma sempre un passo al di qua di quella linea feticistica che Crepax passava alla grande, quasi castigate, nella migliore tradizione morale del racconto dell’orrore.

Perché il terrore è forse la più virtuosa delle emozioni, non credete? Nel terrore e nel mistero si è rifugiata la grande tradizione moralistica di Pascal, dopo il tradimento dei narratori borghesi di due secoli fa. Solo nelle storie dell’orrore il bene e il male sono così nettamente, ossessivamente distinte. Così riconoscibili. Anche quando cercano di fondersi, come in Jeckill e Hyde, non ci riescono e uno finisce con l’ammazzare l’altro. Allora non mi era molto chiaro, ma qualcosa intuivo.
E intanto aspettavo Horror. Come sarebbe stata fatta? Il formato, le pagine. Con i colori? Avrebbero pubblicato finalmente The Twilight Zone, ne ero sicuro. Non potevano non pensarci.
Un gran fantasticare nell’attesa, perché la rivista sembrava essere sparita prima ancora di nascere. Attesi con ansia per tutto il mese, e poi ancora per una settimana e più.
Horror continuava a non esistere. Allora avevo scoperto che i periodici arrivavano per primi nelle edicole delle stazioni, per qualche mistero della distribuzione. E così andavo tutti i giorni alla stazione, con una bicicletta Bianchi da pizzardone, come un poveraccio dei film di De Sica, che allora ancora circolavano, il lunedì alla televisione.
Alla stazione cominciavano già a guardarmi con sospetto, lo sentivo. Quando finalmente trovai il numero uno. Era lui. La copertina perfetta, i vampiri in volo, il mostro sullo sfondo, la ragazza terrorizzata e svestita al punto giusto.
Era proprio Rostagno che disegnava la copertina, ad ogni numero, ed erano davvero copertine straordinarie, bastavano da sole a farsi comprare. E poi c’era Zio Boris, che non mi faceva ridere per niente e anzi mi mandava in bestia, perché mi sembrava solo un cretino, e la prova lampante che gli italiani erano negati per il formato strip, con quelle battutine fesse. Allora ero giovane e serissimo, mi pare di averlo detto. E mi sembrava impossibile che fossero proprio di Castelli, che poi sullo stesso numero aveva scritto il soggetto dell’Importanza di chiamarsi Felice, una storia che pareva uscita da un telefilm di Rod Serling.
Decisi subito di scrivere al direttore: se proprio voleva fare la parodia dell’orrore, che senso c’era a parodiare Charles Addams, che era già una parodia di suo? Allora ero troppo piccolo per afferrare le sottigliezze della metaparodia, mi sembrava soltanto inutile. Però il resto mi riempiva di idee. Così si poteva scrivere e disegnare il terrore anche in Italia.

Mandai una letterina alla redazione, proponendo una mia sceneggiatura. Visto che avevano proprio deciso di infliggermi queste storie autarchiche, allora potevano anche pubblicare una delle mie. Mi risposero, abbastanza gentilmente, ma senza darmi troppe speranze. Ci rimasi un po’ male, devo dirlo, ma a quell’età l’ego non è ancora ipertrofico come adesso e quindi mi ripromisi di ritentare. E poi avevo una idea da suggerire, perché non facevano fare qualcosa a Pratt? Perché non gli commissionavano qualcosa? E soprattutto, quando avrebbero portato in Italia l’orrore degli albi Dell?

Aspettavo speranzoso. Mi ci vollero almeno tre o quattro numeri per capire che quelli non ne avevano alcuna intenzione, che proprio si erano intestarditi con i fumettari italiani, che dovevano essere tipi da osannare pure gli spaghetti-westwern di Sartana. Io mi sentivo molto più avanzato e internazionale. Ma intanto leggevo su ogni numero quelle storie. Ed erano storie diverse. Senza l’impianto tecnologico, urbano avanzato che caratterizzava le americane. Non c’erano quasi automobili, pochi treni. L’aereo secondo quelli di Horror dovevano ancora inventarlo. Erano storie del mondo nostro, l’Europa, ma un’Europa della memoria, nostalgica. Erano storie con un impianto letterario, diverse da quelle americane, davvero. Ma diverse in cosa? Probabilmente nella sceneggiatura, un taglio diverso nelle inquadrature. Un punto di vista eccentrico. Come in quel tempo la sceneggiatura dei film di Bava era diversa da quelli di Corman, la scelta dei colori, le facce degli attori. Doveva essere diverso anche il makeup, le ciglia delle donne erano spaventosamente finte da entrambe le parti dell’Atlantico, ma dovevano usare roba diversa. Horror era piena di cinema, leggevo gli articoli su cose bellissime, e poi non trovavo i film di cui quei perditempo riempivano le pagine, l’unica videoteca era la Rai, e quelli magari si ammazzavano piuttosto che passare un film dell’orrore. Smisero pure di trasmettere Ai confini della realtà, per non turbarci i sonni. Però su Horror almeno una cosa bella c’era, una trasposizione di Nosferatu. Nosferatu era un ricordo magico, lo avevano trasmesso per sbaglio in un ciclo dedicato al cinema muto, sempre alla Rai. E adesso era lì sulla carta. Un tuffo al cuore, quando vidi la prima pagina, grande, una rielaborazione del manifesto originale, splendida con i suoi mezzi toni, la mano di Battaglia, il mio idolo. Però non era lui, ma un certo Gianni Grugef, bravo ma un furbastro.

Stavolta gli avrei scritto davvero al direttore, per protestare. Ma come ti viene in mente di riprendere i fotogrammi del film e lucidarli? Va bene l’omaggio a Murnau, ma questo era troppo. Ero sicuro che avessero ricalcato le immagini, magari da qualche libro di cinema. Lì non facevano che parlare di cinema, e da qualche parte avranno trovato il libro, ne ero sicuro.
Però la carrozza che porta il protagonista al castello non era proprio la stessa, nel film è un carro da morto spagnolesco, da funerale con Totò, tutta una decorazione intorno di parati funebri, e anche le facce dei personaggi non erano proprio uguali. Naturalmente non approvavo nessuna scelta, né dello sceneggiatore né del disegnatore. E poi passi per Nina, che almeno aveva conservato un aspetto da Ligeia, ma far diventare l’eroe una specie di pistolero, con tanto di frangetta, no, questo non era proprio possibile. Magari Grugef sarà stato anche bravo, anzi lo era proprio, lo dovevo ammettere. Stava un miglio avanti a quei fumettari neri che imperversavano., Diabolik legnoso come un fotoromanzo, Kriminal con le facce dei personaggi tutte uguali, gli altri non ne parliamo. Certo non era Caniff, però. Però aveva una tecnica della lumeggiatura, col gioco di bianchi e neri scanditi, che non era facile da trovare in giro. Decisi di aspettare un momento, prima di protestare. Magari al prossimo numero, e intanto avrei anche potuto rivedere Nosferatu in qualche cinema d’essay, per essere proprio sicuro del misfatto, chi poteva dirlo.


Ho comperato tutti i numeri di Horror. E ogni volta ero scontento di qualcosa, e aggiungevo altre pagine al cahier de doleance, e giuravo che non gli avrei più dato un soldo, e restavo fermissimo nella decisione fino alla metà del mese. Poi verso la terza settimana qualcosa cominciava a muoversi dentro, come a Spencer Tracey quando gli finiva l’effetto e ritornava Hyde. Insomma mi intenerivo, mi sorprendevo ad immaginare come avrebbe potuto essere il prossimo numero, a mettere da parte i soldi. Perché un’altra seccatura era che costava trecento lire, che allora erano un sacco di quattrini, mai come le cinquecento sfacciate che chiedeva Kirk con le sue storie di cangaçeiros e dei suburbi sudamericani e dei mari polinesiani, ma comunque tanto, se poi nello stesso mese volevi comperare anche Linus. E Gordon e Mandrake dei fratelli Spada. E Johnny Azzardo, che usciva un mese sì e due no, ed era un tormento. E poi dovevo risparmiare per la fantascienza, Urania la trovavo sulle bancarelle, ma Galassia e Gamma dovevo comperarle nuove, mai nessuno che ne desse via una copia, nemmeno per sbaglio.

E così fino al numero ventuno. Al numero ventidue mi dissi che se pure il prossimo fosse stato come gli altri avrei scritto a Castelli, chiunque fosse, per dirgli che mi aveva stufato ed era ora di pubblicare un po’ di orrore vero, quello della Warren. E che non capivo perché, se dovevano scopiazzare, allora che scopiazzassero da Lovecraft, invece di regalare a Linus la Maschera di Insmouth disegnata da Battaglia, il maestro. Così aspettai che uscisse il ventitré, ma doveva esserci qualche problema, perché ritardava.

Adesso è finalmente uscito. Sopra ci hanno scritto numero uno, ma deve essere soltanto per motivi fiscali, perché è proprio quello che stavo aspettando. Così adesso so con chi protestare, tanto ho letto che sono sempre gli stessi, a parte Luigi Cozzi, che però già allora mi dava ai nervi raccontandomi di quei film fantastici che non avevo visto e che non sapevo se avrei visto mai. Ma almeno so che è bravo, e poi so dove trovarlo, a mettere paura ai ragazzini in mezzo ai pupazzi del museo. Che però stiano più attenti adesso, a rispondermi. Perché in questi anni, aspettando questo maledetto ventitré, in ritardo peggio del 23 Atac, ne ho imparate di cose. Sono diventato più vecchio e cattivo, parecchio.

mercoledì 27 luglio 2011

Il futuro come sarebbe dovuto essere












Ho approfittato di questi giorni di calura estiva per rivedermi in dvd tre film classici di fantascienza degli anni '50: Rocketship X-M, Flight to Mars e Destination Moon .
Usciti nelle sale quasi contemporaneamente, tra il '50 e il '51, sono tre spaccati straordinari del futuro di una volta. Quello, per intenderci, che tutti speravamo si sarebbe avverato ben prima della fine del secolo: quando aitanti ex piloti della guerra di Corea, barbuti scienziati alla dottor Zarro e fascinose ricercatrici universitarie si sarebbero imbarcati in improbabili veicoli spaziali do-it-yourself e avventati negli spazi siderei.

Veicoli che erano poi in genere incroci tra la carlinga di un B-29 e il più domestico guscio di una roulotte Airstream, ma tanto chi ci faceva caso.

Dei tre il terzo è quello più attendibile sul piano scientifico, sempre relativamente parlando, con un minimo di rispetto in fatto di leggi gravitazionali. Anche le tute spaziali sono quasi plausibili, abbastanza vicine a quelle delle future missioni Mercury. Ma è anche il più sussiegoso, con i suoi inserti didascalici e le tiratine didattiche alla Giulio Verne (vi ricordate quegli insopportabili capitoli pieni di formule in 20.000 leghe o in Dalla terra alla luna?).

Ma che tristezza, al confronto degli altri due! Il primo in bianco e nero con le scene di Marte virate in seppia, in incredibili colori pastello il secondo ma entrambi con tutti gli eroi giusti, i crateri di Marte di cartone e le marziane in minigonna e tacchi a spillo. Era così che lo volevo il futuro, andare su Marte con il mio bell'Avirex B-3 e il cappello a tesa larga, e magari fumando una Lucky durante il decollo. E non infagottato in un sarcofago di plastica, ridicolo come un palombaro ciclista. Quasi non mi dispiace che alla fine non vedrò mai Marte, molto meglio come me lo sono immaginato.

Mi consolo giocherellando con lo Yonezawa Moonrocket XM-12, orgoglio della mia flotta spaziale. Non si schioda di un centimetro dal pavimento, ma che importa: lo mandano lontano i miei sogni.

sabato 12 giugno 2010

Alla Locanda dell'ammiraglio Benbow.

Pensa qualcuno che la narrativa di genere sia scaturita pressoché completa dall'opera di Edgar A. Poe, come Minerva armata dalla mente di Giove.
Oppure, cosa che a me appare più probabile, che sia il lungo frutto delle leggende e dei cantari con cui i nostri antenati indoeuropei addolcivano le veglie intorno al fuoco nel corso delle loro migrazioni. Oppure ancora che sia invece diretta erede di quei fogliettoni che a partire dalla rivoluzione industriale hanno coinvolto masse sempre più vaste nel gusto per l'avventura e l'insolito, complici le nuove meraviglie che la scienza moderna andava scoprendo con dovizia.
Sia l'una cosa o l'altra, certo è che nell'eterogeneo mondo del giallo, del nero, dell'orrore, della fantascienza e del fantasy si avverte pur nella diversità di temi e stili una qualche aria di famiglia: il fatto di essere tutti figli di uno stesso desiderio d'avventura.
E a volte mi sorprendo a pensare come sarebbe bello se esistesse davvero da qualche parte una Jamaica Inn, o una Locanda dell'ammiraglio Benbow, o magari una Taverna dei Sette Peccati: un luogo insomma dove tutti gli appassionati di genere, che ne siano scrittori, lettori o semplicemente curiosi, potessero capitare di tanto in tanto per incontrare i loro simili. Così, senza alcun limite o impegno, come si capita talvolta inattesi in casa di amici.
Un astroporto sugli anelli di Saturno sarebbe immagino un progetto troppo ambizioso, ma almeno un caffé da qualche parte? Certo, esistono una marea di siti virtuali, per tutti i gusti e anche troppo affogati da visite e commenti: ma volete mettere il fascino dello spazio e della materia reali? Oltre a quello dei suoni, della vista, e magari gli ineffabili aromi di esotiche bevande come l'immortale Gin-sling (quattro parti di gin e una di quel che vuoi)?
Penso proprio che dovremmo trovarlo da qualche parte, prima o poi, un luogo di tal sorta dove portare le nostre maschere e pugnali. Magari già esiste, e può anche darsi che vi capitino cose come quelle illustrate nel filmetto che vi accludo (l'improbabile commento in russo aggiunge un tocco esotico alla faccenda).
Ma l'uomo forte non si lascia fermare sulla sua strada da queste piccole sciocchezze, no?

lunedì 10 maggio 2010

La potenza delle tenebre.


C'è una cosa che mi ha sempre colpito, riflettendo sulle vicende della storia umana: il grande potere fascinatorio delle convinzioni errate.

Colombo è convinto che il diametro della terra sia molto più corto della realtà, se ne va in cerca delle Isole Felici e dell'ancor più favoloso Cipango e per fortuna che c'è l'America di mezzo, altrimenti sarebbe finito tra gonnellini di banane e ukulele ad attendere il Bounty qualche secolo dopo.

Francisco de Coronado sente parlare delle sette magiche città di Cibola, si convince che esistano davvero e trascina una banda di desesperados per i peggiori deserti dell'America alla loro ricerca, perdendoseli per strada. Ponce de Leon, convinto che da qualche parte degli spaventosi acquitrini della Florida sgorghi la fontana della giovinezza, li percorre in lungo e in largo fino a rimediare una freccia fatale dai selvaggi locali, infastiditi da tanto scocciatore.

Francisco de Orellana, convinto che nella foresta amazzonica si celi la mitica El Dorado, ci si immerge senza ritegno, accoppando e torturando chiunque trovi per strada in cerca di dritte sulla mitica città lastricata d'oro. Braccato stretto da un altro pazzoide, tal Miguel de Aguirre, preso dalla stessa idea e che passerà alla storia soprattutto grazie allo splendido film di Herzog.

Tra tanti cercatori di meraviglie pare alla fine che i soli a cavare un ragno dal buco siano stati i soliti Nazi, col loro efficientismo teutonico: nel '45 un U-boat in fuga avrebbero perigliosamente risalito l'Orinoco, raggiungendo appunto l'El Dorado, almeno secondo quello che racconta un certo Karl Brugger, che disse di avere informazioni di prima mano al riguardo. Sto approfondendo la questione, e se scopro qualcosa di più preciso mi affretterò a relazionare.

giovedì 15 aprile 2010

Quando è finito il futuro?


Chiunque sia vicino o abbia superato il mezzo secolo non potrà non convenire con me: il futuro non è più quello di una volta, come già a suo tempo aveva notato Paul Valery.
Quindi la sensazione che le meraviglie promesseci dalla scienza e la tecnologia non si siano realizzate non è cosa solo dei nostri giorni, martoriati da catastrofi ecologiche e crisi belliche. Però per quelli che sono nati negli anni '50 il trauma è ancor più evidente.
Io per esempio avevo abboccato al fatto che prima o poi sarei andato sulla luna, grazie al Moonliner della TWA (vedi foto).
Solo più tardi ho scoperto che il razzo esisteva solo a Disneyland, e che il padrone della TWA, Howard Hughes, era matto. Ma gli voglio bene ugualmente, più che a tanti altri: per un breve intervallo ha saputo rendermi felice.