mercoledì 23 maggio 2012
Avventure in corso
Questa estate, probabilmente in luglio, dovrebbe uscire una nuova operetta del vostro scrittore preferito, Il cabaret del diavolo.
Nuova e seminuova allo stesso tempo, perché insieme con l'inedito romanzo breve che le dà il titolo vi compariranno anche altri sette racconti già usciti in antologie: dunque già editi in senso tecnico, ma virtualmente inediti visto il destino di rapida evanescenza che in genere si accompagna a quelle pubblicazioni.
Insomma, edite o inedite, otto avventure capitate nel primo dopo guerra al protagonista di E trentuno con la morte, l'arditissimo non-eroe fiumano Cesare Marni. Che una volta tornato alla vita civile vorrebbe finalmente dedicarsi al suo mestiere di architetto, magari puntando a quelle fatidiche mille lire al mese per tirare avanti in attesa di tempi migliori.
Ma che il Destino, nelle vesti di cinici farabutti o affascinanti donne fatali, continua invece a trascinare in eventi criminali a volte tragici e a volte grotteschi, e sempre comunque improbabili.
Al Nostro capita di assistere tra l'altro a un attentato contro Mussolini di cui nessuno si accorge. E' scenografo in un film interpretato da attori morti. Finisce in una casa da gioco che sprofonda nella laguna veneta al suono di un’aria di Puccini. Scopre un sacrificio umano nelle paludi pontine, smaschera una medium che vuole trascinare Gabriele d’Annunzio in un complotto internazionale. A Roma, in un famoso locale notturno, qualcuno lo informa che Rasputin ha aderito al Futurismo con un messaggio dall’oltretomba.
Insomma cose così, molto improbabili. Un po' come la vita di ogni giorno, se solo ci pensate.
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martedì 28 febbraio 2012
Ci avete fatto caso?

Una delle macchiette più felici del grande Aldo Fabrizi, quando calcava ancora le scene dell'avanspettacolo, era il tormentone del "Ci avete fatto caso?": una serie di strofette in settenari, per lo più giocate su doppi sensi spesso scollacciati. Ne cito una a memoria, che più o meno diceva così: "Ci avete fatto caso/che quando andate al mare/appena entrate in acqua/vi scappa da ca... ntare?" e via di questo passo.
La strofetta mi è tornata in mente l'altra sera, aprendo per la milionesima volta Google. Non che tra il diffusissimo motore di ricerca ed eventuali movimenti intestinali ci sia alcuna relazione, ma per un altro motivo. Google, a parte tutto il resto, contiene una funzione preziosissima, la possibilità di accedere in rete a una massa sterminata di libri debitamente scannerizzati. Una iniziativa che nelle intenzioni iniziali avrebbe dovuto portare prima o poi alla messa in rete di tutto lo scibile, fino a rievocare i fasti dell'antica biblioteca di Alessandria.
Un'impresa colossale, e che se portata a buon fine sarebbe stata un dono per l'umanità di valore incalcolabile, tale da far perdonare tutte le altre magagne più o meno nascoste del sistema.
Naturalmente era troppo bello per essere vero, subito si sono messi in mezzo editori e avvocati e la cosa si è circoscritta soltanto ai testi public domain, e nemmeno tutti. Ma anche così resta una funzione fondamentale per quelli che nella rete non cercano soltanto foto di donnine nude.
Ci avete fatto caso però che quando aprite Google questa funzione non la trovate? Dovete andarla a cercare cliccando su "Altro", dove appare insieme con un decina di altre cosette anche carine, ma tutto sommato sostanzialmente inutili.
Non so come la pensiate voi, ma a me sembra proprio un segno dei tempi. Tristi.
domenica 12 febbraio 2012
Anharra - 2
Una breve nota aggiuntiva, sempre a proposito delle vicissitudini editoriali di Anharra: rispetto alle edizioni cartonate, le ristampe dei primi due volumi uscite nella collana Epyx presentano un testo più completo. Con il tempo le cose migliorano, o magari si fanno solo più complicate: ma questo nel raccontare non è necessariamente un male, anzi. Le differenze nel primo capitolo, Il trono della follia, sono abbastanza marginali e cosmetiche. Ma nel secondo, Il santuario delle tenebre, esse sono più significative, con un buon capitolo in più. I volumi della serie Epyx non sono più in catalogo, ma si possono trovare ancora sulle bancarelle, il vero archivio generale della narrativa di genere. Oppure scaricare in elettronico dal sito della Mondadori, per i modernissimi che amano l'e-book.
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Anharra
lunedì 30 gennaio 2012
Anharra

Signori, giù la maschera! In Urania Millemondi del febbraio 2012 (sotto il titolo riassuntivo di Due mondi oltre la soglia) è finalmente apparsa la terza parte del ciclo "I Canti di Anharra", opera di un certo J.P. Rylan.
Si intitola L'eredità di sangue, e segue nell'ordine Il trono della follia e Il santuario delle tenebre.
Ora, essendo J.P. Rylan null'altro che un nom de plume del vostro affezionato scrittore, ed avendo questa operina vissuto innumerevoli vicissitudini editoriali prima di giungere a compimento, mi sembra giusto spenderci qualche parola esplicativa. Si tratta infatti di un racconto per certi aspetti abbastanza diverso dal resto, un qualcosa che potrebbe essere definito genericamente un fantasy.
Ma prima di addentrarmi in un minimo di illustrazione della cosa, due parole sul perché dello pseudonimo. Non è che ci sia dietro un gran mistero: la prima parte uscì in un anno in cui per motivi del tutto fortuiti erano apparsi altri due titoli a mia firma. E poiché il troppo stroppia anche in romanzeria, con l'editore si convenne di affidare questa a un sobrio anonimato. Anonimato che però durò soltanto lo spazio di un mattino, visto che subito Il trono della follia venne debitamente rubricato nell'Archivio delle Fantascienza del compianto Vegetti con tanto di attribuzione esatta. A questo punto mi sembrava inutile continuare nel gioco, ma tant'è, J.P. Rylan ormai viveva di vita propria e bisogna tenerselo.
Veniamo invece alla sostanza: dicevo delle vicissitudini editoriali. La storia di Anharra è infatti stata sballottata qui e là editorialmente peggio di una nave da crociera, passando dalla collana Omnibus a Epyx e poi a Urania Epyx e infine a Urania Millemondi. Poiché La storia fa perno su un'antichissima maledizione, viene da pensare che in qualche modo i personaggi si siano vendicati del cumulo di orrendi comportamenti che mi sono divertito ad attribuire loro. Ma pazienza, habent sua fata libelli. Se c'è qualche lettore che per caso o per ostinazione è riuscito a seguirne fin qui le vicende, magari un'idea del suo senso generale se la sarà fatta. Per tutti gli altri, e comunque a futura memoria (perché si sa, l'orizzonte dello scrittore è quello dei secoli venturi) ecco qui di cosa si tratta.
I canti di Anharra sono una specie di poema in prosa. Sì, proprio quel nobile e desueto genere letterario che piaceva ancora ai nostri nonni. Tanto che in prima istanza pensai di scriverlo addirittura in versi, o almeno in prosa ritmica. Idea presto abbandonata per semplice viltà d'autore: a proporre oggi una cosa del genere c'è da passare per matti, e forse giustamente. Ma poiché quello che volevo era raccontare una storia che, sotto il velo di un'avventura mitica e tenebrosa, parlasse come al solito di tutt'altro. non potendo scrivere versi ho pensato al fantasy, altra forma abbastanza improbabile. Non perché io sia un grande ammiratore del genere, né per quello che si potrebbe pensare, ossia le possibilità che apre a una narrazione sconfinata. Anzi, i suoi aspetti più “imaginifici”, draghi, incanti, pietre magiche ecc. tutto sommato sono proprio i suoi elementi a mio avviso più deboli, quelli in cui è più facile cadere nella ripetitività.
È però un valido strumento di riflessione, e narrazione, su quell’altro che ci portiamo dentro, un modo per trovare risposte fantastiche a domande perfettamente razionali. Il ciclo di Anharra è nato per rispondere proprio a una domanda che mi affascina da sempre, le origini di quella sorta di eredità oscura che segna la nostra specie. Un’eredità che ci spinge a comportamenti schizofrenici, per i quali praticamente negli stessi anni viene inventata la penicillina e la bomba atomica, si costruiscono motori a reazione e campi di sterminio, uno stesso popolo regala al mondo la democrazia e costruisce un impero coloniale.
È l’eredità di Caino, si dice. Ma se nel nostro sangue ci fosse qualcosa di ancora più antico? Qualcosa che affonda in un’epoca talmente remota da precedere tutte le tradizioni, i miti, le religioni nate in epoca storica? Già Lovecraft ha tentato di dare una risposta, Lovecraft che non è solo un mio maestro ma probabilmente uno dei maestri di tutti gli scrittori di genere. Non a caso La regola delle ombre, uno dei miei romanzi, ha per titolo una voluta citazione e omaggio allo scrittore di Providence. In Anharra ho cercato di dare la mia versione dei fatti, scavando un’altra volta in questa eredità ancestrale.
Insomma Anharra è un testo che invita a più livelli di lettura. In prima battuta è un onesto heroic fantasy con forti venature horror. In un imprecisato ma remoto passato è sorta una civiltà di tipo vagamente minoico-egizio-atlantideo. Al suo interno circola la leggenda dell’esistenza di una misteriosa città celata nel cuore del deserto, Anharra. Attirati dalle ricchezze e dai segreti che vi si celano, un gruppo di avventurieri riesce a raggiungerla, liberando però le forze infernali che vi erano state confinate da un antico esorcismo. Ne segue un conflitto devastante, che distrugge completamente l’Impero. Sopravvive solo uno sparuto gruppo di superstiti, che si avvia in cerca di una nuova terra dove ricostruire una qualche forma di civiltà: portando però inconsapevolmente con sé il seme della follia e della ferocia di Anharra.
Sotto questo primo livello, in realtà il ciclo è appunto una sorta di poema in prosa a tradimento, ispirato al “Così parlò Zarathustra” di Nietzsche, che affronta in termini allegorici il tema della migrazione indoeuropea in Europa, e suggerisce una spiegazione fantasiosa alle sue cause (un’improvvisa mutazione climatica dovuta allo spostarsi dell’asse terrestre per l’arrivo di una cometa, secondo le teorie eretiche di Velikovsky). E proprio dal buon Federico viene l'idea centrale su cui piroetta l'intera vicenda: l'Eterno Ritorno. Anharra più che una città è un gorgo che ettira generazione dopo generazione gruppi di incauti avventurosi, costringendoli a ripetere sempre le stesse riprovevoli azioni. La narrazione si sviluppa su due piani temporali, distinti graficamente dal tondo e dal corsivo. Da un lato la vicenda mitica, in cui i fatti vengono letti in chiave magico-misteriosa dai protagonisti di allora, dall’altra la rilettura fatta da un gruppo di contemporanei che si imbattono casualmente nelle tracce dell’antico disastro. I quali si sforzano di ricondurre ciò che scoprono a un quadro razionale, cercando di inserirlo in un’idea dello sviluppo storico coerente. Ma dovendosi alla fine arrendere al fatto che c’è effettivamente qualcosa di non spiegabile nella nostra natura, che sembra davvero risalire ai demoni di Anharra.
Ma poiché il librone alla fine conta più di ottocento pagine, è ovvio che c'è finito dentro anche altro. Vedete un po' voi, se qualcuno ha coraggio.
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Anharra
mercoledì 7 dicembre 2011
Declino e caduta della variante.

Tra le innumerevoli innovazioni al mestiere di scrivere apportate dalla crescente diffusione dei computer (tra cui più importante tra tutte la progressiva espansione torrentizia degli scrittori stessi) ce n'è una sulla quale non mi sembra si sia riflettuto abbastanza. O almeno è quella su cui io non mi ero interrogato fino a questo momento, fino a quando cioè non mi sono trovato a seguire una tesi di laurea sulle tecniche di editing.
Una volenterosa studentessa era incaricata di analizzare le motivazioni estetiche delle modifiche apportate in sede di editing al manoscritto dei romanzi X e Y, di noti scrittori contemporanei: salvo scoprire che i manoscritti in questione semplicemente non esistono.
O meglio, sono senz'altro esistiti in qualche momento del processo creativo, ma poiché l'azione di editing avviene ormai direttamente sulla pagina elettronica, ogni variazione sia essa suggerita concordata o imposta non lascia traccia di sé. Né esiste più memoria del faticoso processo di revisione che lo scrittore impone al proprio stesso testo durante la sua elaborazione.
In una parola, l'analisi delle varianti, resa celebre da illustri critici come Contini, non è più possibile. E, cosa ancor più singolare, la stessa mano dello scrittore tende a farsi incerta: esistono casi, ben noti agli addetti ai lavori, di celebrati romanzi che sono stati praticamente riscritti quasi nella loro totalità in casa editrice, al punto di meritare forse la sigla AA.VV. in copertina.
Ma di tutto questo non resta traccia evidente, né pare più possibile un qualsiasi Fondo Manoscritti della contemporaneità. Sic transit gloria mundi.
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Il mestiere di scrivere
martedì 18 ottobre 2011
Ancora sul genere
Se uno torna a pensare per un attimo al problema dei generi, è facile che giunga alla mia stessa conclusione: per quanto sottile e accurata possa essere una classificazione, si finisce sempre per dover ammettere che essa non dà mai un conto esatto di tutti i testi esistenti.
Del resto a ben vedere è un problema antico, che risale addirittura alla polemica tra Platone e Antistene sulle essenze universali. Parafrasando l'affermazione del secondo si potrebbe dire, parlando per esempio di narrativa poliziesca: vedo il giallo, ma non la giallosità. Ossia, ancora una volta, quali sono i confini del genere giallo?
Mi viene voglia di abbandonare l'annosa questione, e proporre invece una soluzione più drastica, così tanto per giocare.
Non escluderei che sia stata già suggerita da qualcuno, vista l'irresistibile tendenza degli uomini a pensare prima o poi le stesse cose, nel tempo. Se è avvenuto mi scuso per la violazione di copyright, ma poiché non mi è capitato ancora di trovarla da qualche parte, provo a (ri)enunciarla qui.
Mi sembra che alla fine i libri si dividano in due soli generi fondamentali: quelli che si leggono una volta sola e quelli che si rileggono. Due, tre, anche cento volte.
Le due categorie non sono separate da una barriera qualitativa: in altri termini non sono assolutamente le caratteristiche letterarie, stilistiche che determinano l'appartenenza all'una o all'altra schiera. Ci sono capolavori immortali della letteratura che finiscono subito a impolverarsi tristemente nello scaffale più alto della nostra libreria, e di contro libretti molto più corrivi che, per qualche insondabile motivo legato alle oscurtità della nostra psiche, si infliggono nella memoria e continuano per anni a ripresentarsi come ospiti graditi.
Questi libri revenants sono i nostri veri classici, i classici della mente, che magari ci vergogneremmo a esibire in pubblico ma che coltiviamo nel segreto delle nostre fantasticherie. Sarebbe interessante scambiarsi qualche confidenza in merito, tra amici: sono sicuro che ne scopriremmo delle belle.
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venerdì 14 ottobre 2011
Raggi Gamma

Gli affezionati lettori avranno notato una dolorosa interruzione estiva nell'aggiornamento del blog. Si chiederanno se ciò sia dovuto a un drammatico evolversi della vicenda dei nostri eroi spaziali: voglio a tal proposito tranquillizzare tutti, le ultime notizie giunte da Marte inducono invece a sospettare un imprevedibile e meraviglioso sviluppo della faccenda.
No, la causa è dovuta all'aver ricevuto improvvisa notizia dell'esistenza, in un remoto villaggio della Siberia, di un esemplare pressoché intatto della famosa Signal Pistol, l'arma con cui il mitico esploratore degli spazi Flash Gordon partì negli anni Trenta alla conquista di Mongo.
Come essa sia finita in una capanna nell'arida tundra resta per me un mistero, ma questo non mi ha impedito di precipitarmi sul posto animato dal desiderio invincibile di recupararla alla civiltà e assegnarle il giusto posto d'onore nella mia panoplia.
La trattativa è stata lunga e defatigante, e solo dopo aver accettato di bere due grosse tazze di una loro bevanda ottenuta dalla fermentazione di bacche locali, masticate dalle vecchie del villaggio, sono riustito a convincere il capo tribù a cedermela.
Vi accludo un'immagine, perché possiate godere con me delle splendide forme decò dell'attrezzo.
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