giovedì 23 settembre 2010

L'arte di farla lunga.


Giorni or sono discutevo con alcuni amici scrittori delle qualità di un'opera narrativa.
La questione era: esiste un qualche complesso di regole, soddisfatte le quali si può serenamente affermare di essere in presenza di un'opera d'arte?

Per certi aspetti sarei tentato di rispondere di sì, se non altro in omaggio alla profonda ammirazione che continuo a nutrire per la retorica classica, e tutte le sue successive declinazioni.
A patto però che tra le tante regole si segua per prima quella più importante, il prestare attenzione massima alla funzionalità di tutto ciò che si trascrive nel testo.
Perché a mio avviso è questo il punto centrale: un racconto non è mai in nessuna circostanza una copia fedele della realtà, per quanto veridici possano apparire fatti e circostante ivi riferiti. In ogni testo ciascun elemento è presente non in quanto mimesi fedele del corrispondente elemento nel mondo reale, ma solo perché deve svolgere una funzione. Ogni testo è soltanto un modello del mondo, quindi una sua sintesi. Se fosse una riproduzione esatta della realtà il narratore si avviterebbe nel paradosso di Borges, stilando una mappa talmente precisa in ogni dettaglio da finire per coincidere con il territorio rappresentato. Non quindi più una mappa, e quindi un modello, ma semplicemente la cosa.

Nel testo dovrebbe dunque esserci solo quello che serve ad assolvere a uno specifico scopo narrativo, e soltanto a quello. Altrimenti si cade ineluttabilmente in quella deriva che gli angli definiscono infodumping, e che da noi si potrebbe volgarizzare con allungare il brodo.

Per esempio, vi è mai capitato di trovare qualcosa del genere?

"Il senatore Marco Lucio Coglione si aggirava bel bello per la Suburra, quartiere tra i più malfamati della Roma imperiale, destinato ad accogliere soprattutto ladri e prostitute, sito alle spalle del Foro ma da questo isolato per tramite di un’alta muraglia fatta erigere da Traiano imperatore, vissuto dal 53 al 117 d.C.
Si arrestò in un angolo poggiando il piede su un gradino di travertino, la pietra calcarea di colore tra il bianco e il giallino in ragione delle diverse cave di provenienza, per lo più situate nelle immediate vicinanze della città. Dopo aver ripulito dai liquami il coturno, scarpa di pregio nata sulle scene ma adottata presto dalle classi patrizie e caratterizzata da un’alta suola di legno, rimosse anche alcuni schizzi di fanghiglia dal costosissimo bordo purpureo della sua toga e si rimise in cammino.
Fu allora che si imbatté in Giacinto il reziario, aitante membro di quella categoria di gladiatori che negli scontri one on one nel circo si battevano contro i mirmilloni armati solo di un tridente e di una rete, da cui il loro nome. Mentre i loro avversari erano protetti da corazza ed elmo, e disponevano anche di un gladio, spada corta e tozza, ed erano detti mirmilloni perché ricordavano nell'aspetto dei grossi pesci, anche se taluni filologi si discostano da tale etimologia preferendone altre.
-Ave, Giacinto!- disse il senatore Marco Lucio Coglione, salutando calorosamente l'amico con un gesto beneaugurante caratterizzato dal braccio destro levato in alto e la mano tesa a dita unite, saluto ripreso poi di recente da diverse formazioni politiche di orientamento conservatore tra cui il Fascismo e il Nazismo, che però se ne distingue per aver introdotto la variante del braccio piegato all'altezza del gomito.
-Ave, Coglione!- rispose Giacinto il reziario ecc. ecc."

Converrà facilmente il lettore su come si possa in tal guisa raggiungere ad abundantiam quelle sette-ottocento pagine che costituiscono ormai la norma di tanti celebrati romanzi, specie di origine oltremare. Ma serve anche a qualcosa il farlo? La discussione rimane aperta.

domenica 12 settembre 2010

Il romanzo sceneggiato.


La caratteristica più appariscente della moderna narrativa di genere è il suo legame con il cinema. In alcuni casi tanto stretto da generare il dubbio che si sia alle soglie di una nuova mutazione del genere stesso: per esempio in un videogioco, dove diventerà sempre più difficile stabilire se prevalga la narrazione o l'immagine.
Questo avvicinamento non è di per sé un fenomeno recente: tra romanzo e cinema è sempre esistito uno scambio, ma di segno diverso col passare del tempo.
Fino alla metà del XX secolo è stata la letteratura a fornire al cinema personaggi e situazioni, un intero corpus di trame, valori e ideologie. Poi progressivamente è stata la letteratura a importare materiali sempre più corposi, fino ad adottare addirittura le tecniche stesse dell'amico-concorrente.
Questo ha portato a sviluppare romanzi di genere, soprattutto nell'area nordamaricana, che sembrano sempre più una sceneggiatura. Non tanto e non solo perché molti di essi nascono già "pensati" in vista di una riduzione cinematografica, quanto perché spesso essi sono già delle sceneggiature semicomplete.
Nel senso che condividono con la sceneggiatura la stessa struttura formale: un testo dove una vicenda viene ridotta solamente a ciò che si vede e ciò che si sente. Nella sceneggiatura infatti non esiste spazio per i "pensieri" dei personaggi: a meno che non si ricorra all'espediente della voce fuori campo, comunque poco diffusa negli ultimi tempi. In un film il pensato deve essere ricostruito dallo spettatore attraverso gli atti e le parole dei personaggi.

La stessa sembra essere diventata una caratteristica del genere, la rimozione del "pensato" dalla pagina. Appare sempre più evidente come un numero crescente di scrittori sembri ritenere che la trascrizione del pensiero costituisca un ritardo, un intralcio all'azione che si è deciso essere la caratteristica fondamentale della narrativa di genere.
A rigore non sembra esserci una motivazione estetica del fatto. Spesso anzi la rapidità dell'azione, aiutata da un sistematico ricorso a elementi topici che equivalgono a frazioni di "pensato" preconfezionate, finisce per tradursi in un semplice impoverimento della narrazione. Non si ottiene alla fine la cinestesia che magari si aveva in mente, ma solo il "racconto di un racconto".
Insomma la narrazione moderna sembra aver sposato le posizioni più radicali della fenomenologia, trasformando ogni racconto in una sorta di verifica in laboratorio delle teorie di Husserl.
E' una situazione che a me pare molto interessante, e che andrebbe analizzata più a fondo: sia per portarla alle sue estreme conseguenze, o per contrastarla con tutte le forze.

mercoledì 1 settembre 2010

Sinfonia - I tre tempi della creazione.


Normalmente la costruzione di un testo narrativo attraversa tre fasi, come nella più classica delle composizioni musicali.

Il primo movimento è aereo e leggero, un largo con brio: la mente sfarfalla piacevolmente tra idee diverse, trascinata qua e là dall'umore del momento senza alcun vincolo. Alla faccia delle mode, degli indirizzi editoriali e dei lettori distratti, tutto un universo di realtà potenziali si squaderna davanti e la fantasia si teletrasporta senza sforzo dall'una all'altra con altrettanta disinvoltura del comandante Kirk: tutte le leggi della termodinamica vengono allegramente violate, epoche e spazi lontanissimi si fondono in una carnevalata kitsch e irresistibile.

Poi una delle infinite possibilità comincia a sgomitare e emerge dal brodo primordiale, annichilendo i rivali con tutta la ferocia della lotta per la sopravvivenza: spermatozoo e ovocita si incontrano e comincia il lavorio perché l'embrione diventi un essere autonomo. Sono i "nove mesi alla puzza" di cui parlava il Belli, una discesa e un lungo stazionamento all'inferno, un lento assai doloroso e interminabile. Le parole, che fino a un attimo prima erano una sorta di deliziose bajadere pronte a soddisfare ogni nostro più piccolo desiderio, cominciano a ribellarsi peggio di un soviet di minatori del Caucaso. Bisogna tenere insieme tutte le fila della trama, cercare di dare un senso alle intuizioni che in un primo momento sembravano così efficaci. La storia che ci aveva sedotto, i personaggi inventati con tanta cura cominciano prima a mostrarsi noiosi come vecchie zie che ripetono sempre le stesse cose, poi importuni come venditori ambulanti, infine odiosi come svaligiatori notturni. La mente che vorrebbe evadere su altre storie si dibatte ancorata a questo blocco di cemento che ti trascina sempre più giù. Famiglia, relazioni sociali, financo i più immediati interessi terreni da curare si diperdono in una nebbia lattiginosa, una pappa su cui grava il continuo rischio della sconfitta. E mentre si combatte per arrivare alla parola Fine, è adesso che spesso nascono gli Incompiuti, relitti alla deriva per abbandono del campo.

Infine il terzo movimento, che si annuncia con un sofferto di archi, legni e tromboni, peggio che nel canto di morte e d'amore di Isotta. Tutte le tossine accumulate durante i mesi di lavoro travolgono le ultime difese immunitarie poste dalla natura a difesa della salute mentale, ed esplode dentro un fastidio viscerale per quello che si è fatto, che ormai si vede come un corpo estraneo, comunque un aborto di cui ci si deve liberare prima possibile, prima di impazzire definitivamente. Tutto sembra sbagliato e incerto, e ci si difende dal tragico senso di inadeguatezza e sconfitta solo ricomnciando a pensare a qualche nuova impresa, che cancellerà nella nostra mente ogni ricordo della vecchia, sovrapponendo alla sua debolezza reale una nuova forza sognata.

Comunque, come si suol dire, sempre meglio che lavorare.

giovedì 19 agosto 2010

2012


Da un po' di tempo i media sono in preda a un nuovo tormentone. Sembra dunque che il 21 dicembre del 2012 si avvererà un presagio continuamente riaffermato nei secoli, e mai finora verificato: la fine del mondo.
Dopo il monaco Rodolfo il Glabro, Malachia con i suoi papi alti e bassi, Nostradamus e le sue Centurie, Joseph Smith e l'angelo Moroni, Fatima e i suoi segreti, il virus Y2K, Greenpeace con il buco dell'ozono, lo scioglimento dei poli e la scomparsa delle balene, adesso tocca niente meno che ai Maya di romperci gli stivali con l'idea che tutto finisca in un botto.
Al riguardo non esistono elementi per valutare la maggiore attendibilità dell'estremo annuncio rispetto ai precedenti. Nell'attesa comunque suggerisco di prestare attenzione alle parole della marchesina insidiata dal vecchio Corneille. Che cercava di spuntarla insistendo sul fatto che presto anch'ella sarebbe divenuta vecchia come lui:

J'ai vingt-six ans, mon vieux Corneille,
Et je t'emmerde en attendant.


Appunto. Magari sarà anche vero, ma nel frattempo...

martedì 27 luglio 2010

Commercial - 4



Dopo alcuni giorni di incertezza, dal 20 luglio è davvero in libreria la Sequenza mirabile. Quanto prima vi racconterò da dove viene il misterioso sistema che è all'origine della storia.
Ma per adesso mi limito a trascrivere qui l'inizio del romanzo, per chi avesse voglia di farsene un'idea.











Non c’è alcuna ragione perché vincano i buoni. E infatti normalmente non accade.

Però alla fine non vincono nemmeno i cattivi. È certo anzi che i cattivi finiscono sempre male.

In ogni caso, trionfino i cattivi o i buoni, nessuno vince mai niente.



1

Ho sempre amato i personaggi sinistri. Meglio ancora se perfidi, soprattutto le donne. Perché, siano gli Dei o un destino beffardo, qualcuno assegna proprio a loro il compito di movimentare le nostre vite, strappandole alla noiosa palude quotidiana.
Mi affascina il fatto che i soggetti non si limitino a pochi modelli base, ma che al contrario si articolino in una vasta congerie di tipi, famiglie, specie. In ordine alfabetico da Alieno a Zombie, passando per Cannibale, Mentecatto, Orco, Paranoico, eccetera. La S ne rubrica addirittura più d’uno, il Serial Killer, il Sadico e lo Squartatore, oltre allo Scienziato Matto. Tra tutti le mie simpatie speciali vanno proprio a quest’ultimo, che è detto anche Genio Folle. Pure l’Incendiario o il Terrorista Islamico non sono male (quest’ultimo leggermente inflazionato dopo il fatto delle Due Torri), ma il Genio Folle ha una marcia in più rispetto ai suoi compagni d’avventura: la superiore perversione dell’intelletto applicato al male, il vertice della scala evolutiva che si rivolta e lavora per il caos, ripetuto in un’infinita varietà di ibridazioni.

In genere il Genio Folle finisce male: pugnalato, strangolato, crivellato di pallottole, schiacciato dal crollo di muraglie, precipitato in voragini, impiccato, disperso in labirinti o sotterrato in anguste miniere, affogato in liquidi caustici, in acidi, in alcoli, in lordure, lave incandescenti. O anche triturato in ingranaggi immani, fulminato dall’alta tensione, ibernato in remoti laboratori artici, o ancora corroso da sublimati, evaporato da arsura di gas o vampa solare o esplosione da polveri, dinamite, fulmicotone, fissione atomica. Trascinato nel vuoto sidereo su razzi in fuga, o sommerso in affondamenti di nave, abbrancato da piovre giganti, stritolato da piante carnivore, dilaniato dal Kraken, sbocconcellato da fiere rampanti o sminuzzato da granchi, morsicato da murene, sbavato da cani rabbiosi, morso da serpenti o punto da scorpioni, roso da termiti, afferrato da cadaveri mal ridesti. Talvolta giustiziato con tutte le garanzie di legge, ma più spesso sprezzantemente eliminato sul posto con asce e scuri, mazze, spadoni a due tagli, arpioni, bombe a mano, torce a combustione naturale o a gas. Irradiato da raggi Roentgen, ultravioletti, gamma e alfa in storie di impianto realistico, oppure dai theta che rendono invisibili e dagli zeta che rimpiccoliscono, in quelle di pura fantasia.
E poi ce n'è uno che per me è il massimo: trafitto dalla spada di una statua di un enorme carillon in cima a un campanile pseudogotico nel Connecticut. Trattasi in questo caso del Nazista, ma vale ugualmente. Solo a Orson Welles poteva venire in testa una cosa del genere, ma Welles è lui stesso un Genio Folle e dovrebbe stare nel catalogo.

Gettai un’occhiata allo schermo del computer, in attesa che il sito di Morningstar desse la chiusura della borsa a Tokio. E intanto mi chiedevo dove collocare Ermete Cimbro e sua figlia. Lui evocava molti dei parametri del tipo in questione, ma senza la torbida grandezza che sempre lo accompagna. Se mai eravamo più nel Maniaco, così a prima vista. Per il suo aspetto in generale ma soprattutto per i discorsi, il modo di scrutare la figlia tra adorazione e sgomento, l’atto incongruo di rassettarsi di continuo la piega dei calzoni. Per le lunghe occhiate lanciate alla pietra cremisi del suo anello, una specie di divinazione mistica. E anche per l’anello, da capo tribù del Congo quando era ancora belga.
La figlia suggeriva invece maggiori possibilità di ricoprire con successo ruoli estremi. Sopra i trenta, forse più spigliata e chiacchierina della Dark Lady classica, ma comunque intrigante. Bella, decisamente, in nulla penalizzata da una sottile asimmetria nel gioco degli arti e negli angoli generati dai piani del volto, che pure eludevano la misura aurea di una geometria perfetta. Con la sua pelle bianca e delicata, appena picchiettata di efelidi sugli zigomi, in singolare contrasto con l’incarnato olivastro dell’uomo, le mani armoniche dalle unghie acuminate e vampire, a fronte di quelle paterne invece massicce e animate da una forza segreta e iugulatoria, gli occhi caldi nerissimi di contro allo sguardo glauco e mortifero di lui.
E poi c’erano quegli incredibili capelli rossi naturali, un mogano profondo, erotico. Il rosso delle eroine dei fumetti, mai visto. Sembrava uscita da una tavola di Milton Caniff, con tanto di retinatura per i chiaroscuri.

Non è che brillassero per concisione, e nel raccontare tendevano ad accavallarsi e a darsi sulla voce. Cercai nelle tasche una sigaretta per aiutarmi a seguire la storia.
Le cose, sfrondate delle divagazioni, erano queste: nell’autunno del 1924 i Sette Nani, celebri acrobati dell’epoca, erano morti nel corso di uno sfrontato esercizio senza rete. E un certo Aristotele Cimbro, loro parente, era stato ritenuto dall’opinione popolare responsabile del fatto.
I Sette Nani comunque non erano nani e non erano sette. Quanto al numero se ne contavano appena cinque, ed il totale era raggiunto solo grazie a due generici del circo, per evidenti motivi simbolici. Le due comparse, in identica livrea circense di mantello e mutandoni cilestrini, entravano con loro nell’arena confondendosi nel mucchio, poi ascendevano alla meglio fino ai trapezi e lì se ne restavano defilati, inerti e ben aggrappati alle corde, senza guardare troppo in basso a scanso di fastidiose vertigini.
Quanto poi alla nanitudine, essi in media svettavano verso i sei piedi inglesi, che non è poco per gente obbligata alla leggerezza, ed era misura tutt’altro che disprezzabile in quegli anni. Erano coronati inoltre dall’alone di una grande ricchezza, confermata da un vortice di auto, abiti di gran taglio e belle donne al seguito.
Così, quando in quel novembre malinconico occorse il ferale accidente, di Nani ne morirono soltanto quelli veri, non essendoci alcun motivo per una disgrazia più grande. Ma nell’infernale parapiglia che s’accese alla caduta di tutto il mazzo anche i due, che avevano schivato il gran viaggio, furono conteggiati in morte come lo erano stati in vita. Parenti e amici non ritennero di dover smentire un’universale notorietà la cui correzione avrebbe richiesto noiose spiegazioni, e ancora oggi una lapide sul loro sfarzoso mausoleo al Monumentale di Milano recita “I Sette Nani Lassù Volteggiano”.
Aristotele Cimbro era all’epoca dei fatti impiegato nel Gran Circo Bandini, quello appunto dove perigliavano i Sette. Svolgeva non meglio definite mansioni amministrative, aiutava a montare e smontare il telone, accudiva gli animali anche più pericolosi, intratteneva i vecchi della carovana nei loro momenti di logorrea. Inoltre manuteneva, oliava e rappezzava gli attrezzi di fantasisti e funamboli e ne verificava viti e rinforzi, tentando di assicurare a quell’equivoca ferraglia una stentata sopravvivenza.
Caduti i Nani, proprio per la rottura del cavo che reggeva tutta la baracca, subito fu additato alla pubblica infamia: oltretutto non pare che godesse di molta stima, avendo nomea di sottaniere e giocatore, frequentatore assiduo sia di postriboli che di tutti i tavoli verdi, tutte le bische e tutti i casinò che i suoi limitati mezzi gli permettessero di raggiungere. E anche al di là di questi, sempre se c’era da dar credito alle voci.
Una rapida inchiesta accertò che i Nani avevano tirato le cuoia per vanagloriosa disattenzione, e non venne formulata alcuna imputazione ufficiale. Il Cimbro restava però gravato dai macigni di un’accusa non detta. Ma non languì a lungo nella tristezza. Si licenziò dal circo, quasi avesse voluto cancellare così il ricordo della colpa, dandosi a peregrinazioni incerte, forse all’estero, di cui poco si era potuto ricostruire. Evaporò in una dimensione vaga, tra riservatezza e fuga, interrotta da stentate cartoline fino alla tragica morte. Avvenuta due anni dopo in un albergo della Costa Azzurra, a seguito pare di un tentativo di rapina.
Da essere vivente si trasformò prima in un caso esemplare di giustizia divina, poi in aneddoto. La polizia francese aveva svolto una breve indagine senza approdare a nulla. Le sue cose, insieme con alcune carte, furono restituite tramite autorità consolari alla famiglia, che allora viveva a Milano. Un impiegato frettoloso era giunto da Roma con un baule di vestiti e un plico sigillato per adempiere le formalità della consegna. Si sperò che l’uomo fosse latore di qualche particolare inedito, che portasse luce sulla vicenda: ma il funzionario s’era stretto nelle spalle, enigmatico e silente come ogni messaggero d’oltretomba.

«Aristotele Cimbro era figlio di Egisto, morto prima della Grande Guerra. Aveva due fratelli, Evandro e Ariodante» disse lei.
«Scusi?»
«Ariodante, mio padre. Morì nel '57, vittima della terribile epidemia di influenza asiatica. Una tragedia mondiale» precisò lui, con puntigliosità storico-anagrafica.
«Ah, certo.» Feci un rapido calcolo: «I Nani invece nel ’24. Più di ottanta anni fa. E poi che è successo?»
Intervenne di nuovo lei. «Tutti i suoi effetti personali furono riconsegnati a Evandro, il maggiore dei fratelli superstiti. Papà allora non era ancora nato.»
Colsi un’occhiata infastidita verso il genitore. Ovvio che non essere ancora nato aveva poi determinato delle difficoltà, e la cosa non era stata ancora del tutto perdonata. Segnai “Evandro” su un post-it. «Evandro, fratello di Aristotele e di suo padre Ariodante. Giusto?»
«Tenne ogni cosa per sé. Non si è mai sposato e non ha avuto figli.»
«Chi?»
«Evandro Cimbro, naturalmente!»
Cominciavo a perdere il filo. Aggiunsi sul post-it un abbozzo di albero genealogico, per sicurezza. I Cimbro tendevano a ripetersi uguali nelle varie generazioni, solo con piccoli scarti nei nomi di battesimo, tutti più o meno arcaicizzanti come una stirpe da tragedia greca. O i Luigi di Francia, un altro incubo.
«Morì nel ’45, in Svizzera. Era riparato lì, sa i tragici eventi bellici… zio Evandro era stato di simpatie, come dire, discutibili, alla luce della nostra moderna sensibilità…» ritenne a quel punto di spiegare lui. Allora poco più che un bambino, ricordava come un sogno quei giorni concitati, lo sconcerto in famiglia, i discorsi dei grandi dietro le porte chiuse. Il senso confuso che fosse avvenuto qualcosa di irreparabile.
«Nel ’44 si arruolò nelle SS italiane, col grado di maggiore. Lei capisce che dopo il 25 aprile…» chiarì la figlia.
Capivo benissimo. Un uomo di carattere. Poco incline a secondare la mutevolezza dei fronti. Tratteggiai mentalmente un’immagine, completa di corrusche mostrine a testa di morto. «La famiglia non ha saputo più nulla. Fino all’anno scorso. È arrivata una comunicazione dell’Unione Banche Svizzere. Ci hanno cercato loro, avrà sentito, la questione dei conti aperti dai profughi durante la guerra…»
Mi sembrava infatti di ricordare qualcosa. I soldi dei deportati, soprattutto. Che quei paraculi degli svizzeri si sono tenuti. C’era stato uno scandalo, si erano messi di mezzo gli ebrei americani. Alla fine era dovuto intervenire il governo per costringere le banche a ridare qualcosa.
«Ci hanno restituito il contenuto di una cassetta di sicurezza. Qualche oggetto di valore e… alcune carte.»
«E’ tutto molto interessante. Ma cosa posso fare per voi? Non ho capito esattamente…»
Si lanciarono una rapida occhiata. «Vorremmo che svolgesse un’indagine.»

lunedì 19 luglio 2010


Ho aggiunto recentemente un pezzo relativamente raro alla mia panoplia, la Space Pilot Nuclear Missile Gun: un bell'esemplare di arma da fianco prodotta una cinquantina di anni or sono dalla Merit of England.
La Merit era una piccola fabbrica di munizioni nucleari, che per un breve tempo estese la sua produzione anche alle armi leggere per armigeri spaziali. Meritoria nel nome e nei fatti, la Merit è nota soprattutto per aver armato gli equipaggi delle navi stellari nel periodo in cui l'Inghilterra, dietro la spinta della mai troppo lodata British Interplanetary Society sembrava avviata a primeggiare nella colonizzazione del sistema solare.
Le sue armi furono adottate anche dal mitico esploratore Dan Dare, prima che il collasso dell'impero costringesse i figli di Albione a ripiegare su attività meno rischiose quali il cricket, le bevute al pub e le partite di calcio in tv.
L'esemplare in questione viene dalla demolizione di un vecchio astrocargo, ed è stato trovato nel quadrato ufficiali insieme con altri reperti e documenti d'epoca, andati purtroppo dispersi all'incanto.

sabato 26 giugno 2010

Il romanzo McDonald's




A prescindere dai gusti, il BigMac è comunque un capolavoro dell'industria dell'intrattenimento, prima ancora che di quella alimentare. E' infatti ampiamente provato da molte ricerche socio-culturali come la gran maggioranza dei suoi voraci consumatori non vi si getti sopra per soddisfare il sano istinto della fame: al contrario, la sua funzione più profonda e segreta è proprio quella opposta di stimolare l'appetito anziché placarlo, come ogni droga che si rispetti.

Ma come funziona? Trattandosi di un prodotto destinato programmaticamente a grandi masse indistinte di consumatori, privi di marker nazionali, la sua base è costituita da elementi largamente diffusi e conosciuti nel mondo: carne di manzo, pane di grano, verdure in uso in ogni continente. Questo per generare un clima di familiarità e di sapori attesi: il trucco consiste nell'aggiungervi degli "appetizer", degli esaltatori del sapore ottenuti con una miscela di sali, grassi e spezie che ne determinano il risultato finale. E la conseguenza è che ci si alza dal tavolo momentaneamente pacificati, ma indotti in realtà a tornarvi quanto prima per riprovare la stessa dolce gratificazione.

A ben guardare, non è che la letteratura di massa funzioni in modo troppo diverso. Anche qui compaiono sin dalle origini alcune caratteristiche similari: a differenza della scrittura “alta”, dove il testo si pone programmaticamente come un unicum finale relativo a un determinato complesso di domande esistenziali (quando Proust affronta il tema del rapporto con il passato, o Dostoevskij quello della colpa, o Mann il rapporto tra malattia e creazione estetica, lo fanno intenzionati a “concludere” la riflessione intorno a quei temi, non certo ad aprirla), nel caso della Trivialliteratur lo scopo dello scrittore non è invece quello di fornire al lettore un insieme di "risposte" intorno a un tema scelto, quanto semmai quello di suscitargli continue "domande", perché il ciclo scrittura-pubblicazione-lettura sia continuamente alimentato e potenzialmente inesauribile.

Proseguendo nella metafora, insomma, lo scrittore di massa non si pone assolutamente il problema di saziare il suo lettore, ma al contrario di “fidelizzarlo” al suo prodotto, ingenerandogli un desiderio ricorsivo degli stessi sapori.
E la formula è molto simile a quella messa a punto dai maghi californiani della polpetta. Nel caso della letteratura di massa (ossia rivolta a un lettore non specialistico e potenzialmente indifferenziato) alcuni degli appetizer sono ben noti e scoperti: l'uso di personaggi seriali, il ricorso a situazioni topiche ben note al lettore, l'aggancio a eventi cronachistici che abbiano colpito in epoca recente la sua immaginazione, il far leva sulle paure, sui desideri o semplicemente sulle mode del momento.
Altri, come gli ingredienti segreti del panino, sono più coperti e sfumati: uno per tutti la leva esercitata su alcuni condizionamenti ideologici diffusi nei presumibili utenti, come la vulgata ecologista, la paura della pervasività assoluta delle organizzazioni criminali, l’ineluttabile degenerazione di ogni Potere in Tirannide.

Comunque la si pensi, sono ormai più di due secoli che questo scontro tra fast food e haute cuisine va avanti senza esclusione di colpi, e non è detto chi la spunti, alla fine. Personalmente tirerei per Proust, ma se devo essere sincero, anche un bel paninazzo succulento…