sabato 6 novembre 2010

Dio benedica l'America! (e l'Inghilterra)


Vorrei qui rendere pubblicamente un elogio a due uomini della più pura tempra anglosassone, la razza di quei milord stravaganti odiati da Salgari, e per i quali però lui pure alla fine nutriva una sotterranea ammirazione.

Si tratta di Bill Richardson, governatore del New Mexico, e di Richard Branson, tycoon proprietario della Virgin Galactic, espansione spaziale della compagnia low cost Virgin.

Perché? Cominciamo dal secondo, miliardario inquieto, sportsman, ex hippy charmant, visionario aeronauta mongolfierista: è lui che sta realizzando la prima astronave privata della storia, alla faccia della Nasa, dell'Esa, dei Russi e dei Cinesi. Ci investe dei bei soldi, forse ne guadagnerà dieci volte tanti oppure no, ma comunque ci prova.

Branson invece è di razza burocratesca, di sacrestia di partito. Eppure ha avuto il coraggio di investire 200 milioni di verdoni nella costruzione di uno spazioporto a casa sua per l'astronave di quell'altro. Incurante delle proteste dei taxpayer, e del rischio concreto che il razzo gli possa ricascare in testa con un certo strepito.

Due uomini del futuro di una volta, insomma, che sarebbero piaciuti a Giulio Verne. Gloria a loro e a tutti i sognatori.

domenica 24 ottobre 2010

Domande e risposte.


Una cosa curiosa che capita spesso a un narratore, è che gli vengano poste domande sugli inizi del suo mestiere. Dico curiosa, perché immagino che nessuno chieda a un falegname quando e perché ha pensato di costruire la sua prima sedia, né a un capitano di mare quando abbia deciso di speronare il suo primo iceberg.

Invece sembra che lo scrittore debba in qualche modo rendere conto di come sia nata in lui questa stramberia. Da un lato la questione è lusinghiera, perché sottintende un qualche elemento di eccentricità nella cosa, dall'altro costringe ad arrampicarsi ogni volta sugli specchi per fornire una risposta almeno sensata, che non ci faccia insomma passare per narcisi o peggio per mammolette.

La difficoltà del rispondere sta in una sorta di sfasatura dello spazio-tempo, a cui in genere non si pensa.
E' infatti abbastanza ovvio, credo, che la scrittura cominci sempre dalla lettura. Ci si innamora di un certo tipo di storie e a un certo punto non se ne trovano più abbastanza, si ha la sensazione che manchi qualcosa: allora comincia a sorgere l’idea di aggiungerne noi al mucchio.

Si comincia dunque sempre dalla lettura, e prima e più si legge, prima e più viene voglia di scrivere. Ma il punto delicato è: “quali” letture? E anche, “quando”?
La lettura come tutti gli stimoli complessi, che siano sensoriali o intellettuali, costruisce la nostra visione del mondo per aggiunte e sottrazioni, ma ha i suoi tempi, legati al ciclo evolutivo. “L’isola del tesoro” ha un impatto diversissimo sul nostro immaginario a 10 anni, a 18 o a 25. Leggere Kafka a 16 anni ci avvia a una successiva interpretazione del mondo complessa, angustiata ma anche problematica. Farlo a 50 è solo un’esperienza intellettuale, intensa quanto si vuole ma che difficilmente modificherà una Weltanschauung ormai consolidata.
Il fascino ma anche il dramma della scrittura sta ne fatto che quando si comincia, in realtà si è già cominciato dieci anni prima. Io posso scrivere un romanzo di fantascienza a 20 anni soltanto se a 10 ho già letto “Dalla terra alla Luna” e a 15 Bradbury, Heinlein, Asimov ecc.

Ma che succede se non l’ho fatto? Nella maggior parte dei casi non c’è più niente da fare.
Si può tentare una terapia d’urto, costruendosi in fretta un bagaglio base di due-trecento opere fondamentali nel genere scelto (facendosi magari aiutare da qualcuno, e qui forse una buona scuola di scrittura può avere qualche utilità), stando però attenti a non affastellare materiale a caso, ma rispettando una elementare gerarchia di valore.

Mai affidarsi al supplemento libri di un quotidiano, però: è perfettamente inutile conoscere a memoria l’opera omnia di Paulo Coelho se poi si ignorano Borges o Marquez (mi è capitato con un mio alunno).
O leggere Moravia ma non Tolstoi, Pasolini ma non Manzoni, l’ultimo Strega ma non Joyce.
Insomma occorre un metodo, come in tutto. Se non altro per avere poi il piacere di violarlo e fare quello che ci pare.

lunedì 18 ottobre 2010

Ferali notizie.


Appena pochi mesi fa se ne celebrava l'ossessiva pervasività, al punto da suscitare nella critica il timore che il noir potesse fagocitare ogni altra forma, inglobando la letteratura come un Blob venuto dallo spazio nei B-movie degli anni '50.

E adesso invece corrono brutte voci sulla sua salute, lo si dà quasi sul catafalco. Non credo però che sia ancora il caso di mandare per il prete, e che il noir, e in genere la narrativa di tensione, sia prossimo a defungere.
Certo, alcuni segnali indicherebbero una qualche stanchezza, di autori e di lettori, e come per altri generi del passato anche per il noir potrebbe prima o poi suonare la campana. Ma per morire occorre il verificarsi di una condizione che a mio avviso non si è ancora realizzata, e che a suo tempo ben sintetizzò Nietzsche: Was vollkommen ward, alles Reife – will sterben!
Ossia, traducendo un po' a braccio, tutto ciò che è maturo e perfetto vuol morire.
Frase piena di suggestioni, ma anche sibillina: tanto che Karl Ernst Knodt giustamente la ricantò: Hat allein das Recht zum Sterben! Cioè "solo" ciò che è perfetto ha il diritto di morire.
Ora, affermare che il noir abbia raggiunto la sua completa maturità e perfezione mi sembra alquanto azzardato. A meno che non ci si arrenda all'idea che si tratti di un genere intrinsecamente minore, per il quale occorra accontentarsi di quello che passa il convento senza star troppo a disquisire, direi proprio che il Dante o lo Shakespeare del noir non siano ancora apparsi all'orizzonte.
Siamo ancora nella fase aurorale, in fondo è solo qualche decennio che è partita la grande ricerca. La macchina editoriale moderna è stata in grado di riempire questo spazio di migliaia di titoli, ma è una quantità che stenta ancora a farsi qualità assoluta. Questo non vuol dire che prima o poi non avvenga, e magari qualche delusione potrebbe anzi giovare, come la potatura rinvigorisce l'albero da frutto.
Allora verranno anche i capolavori, e il genere potrà estinguersi serenamente come un barbuto patriarca della Bibbia, davanti allo stuolo dei suoi discendenti.
L'importante è solo che ciò avvenga, al contrario dei timori di Eliot, con uno schianto e non con una lagna (ancora per rubacchiare qualcosa a un grande.)

sabato 16 ottobre 2010

Genere e livelli.


Mi trovo spesso a discutere dei rapporti tra narrativa di genere e letteratura "alta".

E' un tormentone a cui è praticamente impossibile sottrarsi, lettori o scrittori che ci si trovi a essere, per lo meno da un paio di secoli.

Da quando appunto la narrativa di genere è apparentemente nata. Dico apparentemente, perché sarebbe più corretto dire: da quando ha cominciato ad assumere una sua veste autonoma nel panorama narrativo.
Perché in realtà il "genere" è antichissimo, verrebbe da dire che è nato con i primi vagiti dell'umanità intorno ai fuochi delle caverne. O sotto le chiome degli alberi delle savane, a giudicare dagli ultimi ritrovamenti.
E spesso ripeto anch'io la vulgata, un po' per pigrizia e un po' per quieto vivere: il genere deriva dalla letteratura colta, ne assume temi e stilemi e poi li semplifica, li schematizza per adattarli a un pubblico di massa un po' sempliciotto e frettoloso. Un pubblico per intenderci che si troverebbe in difficoltà con il Macbeth, ma che invece può più serenamente godersi la Fiamma del peccato.
Insomma il genere sarebbe una sorta di Terzo Stato che si contrappone all'arroganza dell'Aristocrazia letteraria, le sfila la culotte e la riadatta a se stesso in forma di brache, più o meno simili.

In realtà però non sono affatto convinto che le cose stiano così. Credo anzi all'esatto contrario: il genere è il grande serbatoio, il brodo primordiale della narrazione, un deposito informe di personaggi, vicende, emozioni, da cui di tanto in tanto zampillano fuori opere che per caso o per maestria degli autori abbandonano il pentolone per assurgere ai piani nobili della cultura, attraverso un'azione di affinamento degli ingredienti.
Ma l'origine di tutto è sempre quella. E' dall'Opera dei Pupi che viene fuori il Furioso, non viceversa. Con buona pace della critica romantica e neo, il genio è ispirazione, traspirazione ma soprattutto attenzione a quello che già c'è.

domenica 10 ottobre 2010

Lo scrittore e i personaggi dello scrittore.


Ieri ero a Ravenna con Danila Coamastri Montanari ed Eraldo Baldini, ospiti di "Delitti & Detective: notte bianca per anime nere" (tra l'altro un bellissimo titolo, così chiasmatico e antifrastico) e ho sentito quella testa rossa e matta di Danila raccontare ridendo una gran verità.
Che più o meno era: "So benissimo che oggi vanno di moda gli investigatori problematici e un po' sfigati, ma io ho fatto il mio senatore charmant, ricco, nobile e in buona salute per il fatto che, dovendoci poi convivere per ore e giorni e anni, non volevo in mezzo alle scatole un qualche insopportabile menagramo."
Una gran verità, dicevo, che fa giustizia di un pregiudizio ingenuo ma largamente diffuso, che vuole gli scrittori travasino nei personaggi la loro percezione di se stessi, oppure peggio ancora un "altro" che essi vorrebbero essere.
Niente affatto, i personaggi sono soltanto quelle personae fictae che ciascuno di noi vorrebbe incontrare. E non perché necessariamente ci piacciano, ma anche perché magari ci dispiacciono, ci affascinano, ci terrorizzano, ma che comunque in qualche modo siano tanto interessanti da volerci passare insieme appunto ore, giorni e magari anni.
Al punto di voler rendere partecipi di tanto entusiasmo anche quelle povere vittime che sono i lettori, che ci perdonino.

martedì 5 ottobre 2010

Commercial - 5



Mercoledì 20 ottobre a Roma, alla libreria Koob di via Luigi Poletti 2, alle 18,30 andrò a parlare de La sequenza mirabile insieme con l'amico Luigi Milani.


Trattandosi di un racconto giallo-misterioso non verranno forniti particolari sulla sua trama, al più qualche suggestiva allusione. In compenso ci saranno molte divagazioni sull'eterna illusione di sfidare la sorte, il mondo del circo e dei circoli politici, le avventure di d'Annunzio a Fiume e una carrellata di personaggi singolari, "uommene scicche e femmene pittate".

Al termine si berranno analcolici e si sgranocchieranno patatine. Se anche venite solo per quello non mi offendo.
Magari per qualcosa in più potete vedere qui:

http://guide.supereva.it/giallo_e_noir/interventi/2010/10/la-sequenza-mirabile-di-giulio-leoni-–-un-giallo-dentro-a-un-giallo.



giovedì 23 settembre 2010

L'arte di farla lunga.


Giorni or sono discutevo con alcuni amici scrittori delle qualità di un'opera narrativa.
La questione era: esiste un qualche complesso di regole, soddisfatte le quali si può serenamente affermare di essere in presenza di un'opera d'arte?

Per certi aspetti sarei tentato di rispondere di sì, se non altro in omaggio alla profonda ammirazione che continuo a nutrire per la retorica classica, e tutte le sue successive declinazioni.
A patto però che tra le tante regole si segua per prima quella più importante, il prestare attenzione massima alla funzionalità di tutto ciò che si trascrive nel testo.
Perché a mio avviso è questo il punto centrale: un racconto non è mai in nessuna circostanza una copia fedele della realtà, per quanto veridici possano apparire fatti e circostante ivi riferiti. In ogni testo ciascun elemento è presente non in quanto mimesi fedele del corrispondente elemento nel mondo reale, ma solo perché deve svolgere una funzione. Ogni testo è soltanto un modello del mondo, quindi una sua sintesi. Se fosse una riproduzione esatta della realtà il narratore si avviterebbe nel paradosso di Borges, stilando una mappa talmente precisa in ogni dettaglio da finire per coincidere con il territorio rappresentato. Non quindi più una mappa, e quindi un modello, ma semplicemente la cosa.

Nel testo dovrebbe dunque esserci solo quello che serve ad assolvere a uno specifico scopo narrativo, e soltanto a quello. Altrimenti si cade ineluttabilmente in quella deriva che gli angli definiscono infodumping, e che da noi si potrebbe volgarizzare con allungare il brodo.

Per esempio, vi è mai capitato di trovare qualcosa del genere?

"Il senatore Marco Lucio Coglione si aggirava bel bello per la Suburra, quartiere tra i più malfamati della Roma imperiale, destinato ad accogliere soprattutto ladri e prostitute, sito alle spalle del Foro ma da questo isolato per tramite di un’alta muraglia fatta erigere da Traiano imperatore, vissuto dal 53 al 117 d.C.
Si arrestò in un angolo poggiando il piede su un gradino di travertino, la pietra calcarea di colore tra il bianco e il giallino in ragione delle diverse cave di provenienza, per lo più situate nelle immediate vicinanze della città. Dopo aver ripulito dai liquami il coturno, scarpa di pregio nata sulle scene ma adottata presto dalle classi patrizie e caratterizzata da un’alta suola di legno, rimosse anche alcuni schizzi di fanghiglia dal costosissimo bordo purpureo della sua toga e si rimise in cammino.
Fu allora che si imbatté in Giacinto il reziario, aitante membro di quella categoria di gladiatori che negli scontri one on one nel circo si battevano contro i mirmilloni armati solo di un tridente e di una rete, da cui il loro nome. Mentre i loro avversari erano protetti da corazza ed elmo, e disponevano anche di un gladio, spada corta e tozza, ed erano detti mirmilloni perché ricordavano nell'aspetto dei grossi pesci, anche se taluni filologi si discostano da tale etimologia preferendone altre.
-Ave, Giacinto!- disse il senatore Marco Lucio Coglione, salutando calorosamente l'amico con un gesto beneaugurante caratterizzato dal braccio destro levato in alto e la mano tesa a dita unite, saluto ripreso poi di recente da diverse formazioni politiche di orientamento conservatore tra cui il Fascismo e il Nazismo, che però se ne distingue per aver introdotto la variante del braccio piegato all'altezza del gomito.
-Ave, Coglione!- rispose Giacinto il reziario ecc. ecc."

Converrà facilmente il lettore su come si possa in tal guisa raggiungere ad abundantiam quelle sette-ottocento pagine che costituiscono ormai la norma di tanti celebrati romanzi, specie di origine oltremare. Ma serve anche a qualcosa il farlo? La discussione rimane aperta.