lunedì 30 gennaio 2012

Anharra



Signori, giù la maschera! In Urania Millemondi del febbraio 2012 (sotto il titolo riassuntivo di Due mondi oltre la soglia) è finalmente apparsa la terza parte del ciclo "I Canti di Anharra", opera di un certo J.P. Rylan.

Si intitola L'eredità di sangue, e segue nell'ordine Il trono della follia e Il santuario delle tenebre.
Ora, essendo J.P. Rylan null'altro che un nom de plume del vostro affezionato scrittore, ed avendo questa operina vissuto innumerevoli vicissitudini editoriali prima di giungere a compimento, mi sembra giusto spenderci qualche parola esplicativa. Si tratta infatti di un racconto per certi aspetti abbastanza diverso dal resto, un qualcosa che potrebbe essere definito genericamente un fantasy.

Ma prima di addentrarmi in un minimo di illustrazione della cosa, due parole sul perché dello pseudonimo. Non è che ci sia dietro un gran mistero: la prima parte uscì in un anno in cui per motivi del tutto fortuiti erano apparsi altri due titoli a mia firma. E poiché il troppo stroppia anche in romanzeria, con l'editore si convenne di affidare questa a un sobrio anonimato. Anonimato che però durò soltanto lo spazio di un mattino, visto che subito Il trono della follia venne debitamente rubricato nell'Archivio delle Fantascienza del compianto Vegetti con tanto di attribuzione esatta. A questo punto mi sembrava inutile continuare nel gioco, ma tant'è, J.P. Rylan ormai viveva di vita propria e bisogna tenerselo.

Veniamo invece alla sostanza: dicevo delle vicissitudini editoriali. La storia di Anharra è infatti stata sballottata qui e là editorialmente peggio di una nave da crociera, passando dalla collana Omnibus a Epyx e poi a Urania Epyx e infine a Urania Millemondi. Poiché La storia fa perno su un'antichissima maledizione, viene da pensare che in qualche modo i personaggi si siano vendicati del cumulo di orrendi comportamenti che mi sono divertito ad attribuire loro. Ma pazienza, habent sua fata libelli. Se c'è qualche lettore che per caso o per ostinazione è riuscito a seguirne fin qui le vicende, magari un'idea del suo senso generale se la sarà fatta. Per tutti gli altri, e comunque a futura memoria (perché si sa, l'orizzonte dello scrittore è quello dei secoli venturi) ecco qui di cosa si tratta.

I canti di Anharra sono una specie di poema in prosa. Sì, proprio quel nobile e desueto genere letterario che piaceva ancora ai nostri nonni. Tanto che in prima istanza pensai di scriverlo addirittura in versi, o almeno in prosa ritmica. Idea presto abbandonata per semplice viltà d'autore: a proporre oggi una cosa del genere c'è da passare per matti, e forse giustamente. Ma poiché quello che volevo era raccontare una storia che, sotto il velo di un'avventura mitica e tenebrosa, parlasse come al solito di tutt'altro. non potendo scrivere versi ho pensato al fantasy, altra forma abbastanza improbabile. Non perché io sia un grande ammiratore del genere, né per quello che si potrebbe pensare, ossia le possibilità che apre a una narrazione sconfinata. Anzi, i suoi aspetti più “imaginifici”, draghi, incanti, pietre magiche ecc. tutto sommato sono proprio i suoi elementi a mio avviso più deboli, quelli in cui è più facile cadere nella ripetitività.
È però un valido strumento di riflessione, e narrazione, su quell’altro che ci portiamo dentro, un modo per trovare risposte fantastiche a domande perfettamente razionali. Il ciclo di Anharra è nato per rispondere proprio a una domanda che mi affascina da sempre, le origini di quella sorta di eredità oscura che segna la nostra specie. Un’eredità che ci spinge a comportamenti schizofrenici, per i quali praticamente negli stessi anni viene inventata la penicillina e la bomba atomica, si costruiscono motori a reazione e campi di sterminio, uno stesso popolo regala al mondo la democrazia e costruisce un impero coloniale.
È l’eredità di Caino, si dice. Ma se nel nostro sangue ci fosse qualcosa di ancora più antico? Qualcosa che affonda in un’epoca talmente remota da precedere tutte le tradizioni, i miti, le religioni nate in epoca storica? Già Lovecraft ha tentato di dare una risposta, Lovecraft che non è solo un mio maestro ma probabilmente uno dei maestri di tutti gli scrittori di genere. Non a caso La regola delle ombre, uno dei miei romanzi, ha per titolo una voluta citazione e omaggio allo scrittore di Providence. In Anharra ho cercato di dare la mia versione dei fatti, scavando un’altra volta in questa eredità ancestrale.

Insomma Anharra è un testo che invita a più livelli di lettura. In prima battuta è un onesto heroic fantasy con forti venature horror. In un imprecisato ma remoto passato è sorta una civiltà di tipo vagamente minoico-egizio-atlantideo. Al suo interno circola la leggenda dell’esistenza di una misteriosa città celata nel cuore del deserto, Anharra. Attirati dalle ricchezze e dai segreti che vi si celano, un gruppo di avventurieri riesce a raggiungerla, liberando però le forze infernali che vi erano state confinate da un antico esorcismo. Ne segue un conflitto devastante, che distrugge completamente l’Impero. Sopravvive solo uno sparuto gruppo di superstiti, che si avvia in cerca di una nuova terra dove ricostruire una qualche forma di civiltà: portando però inconsapevolmente con sé il seme della follia e della ferocia di Anharra.

Sotto questo primo livello, in realtà il ciclo è appunto una sorta di poema in prosa a tradimento, ispirato al “Così parlò Zarathustra” di Nietzsche, che affronta in termini allegorici il tema della migrazione indoeuropea in Europa, e suggerisce una spiegazione fantasiosa alle sue cause (un’improvvisa mutazione climatica dovuta allo spostarsi dell’asse terrestre per l’arrivo di una cometa, secondo le teorie eretiche di Velikovsky). E proprio dal buon Federico viene l'idea centrale su cui piroetta l'intera vicenda: l'Eterno Ritorno. Anharra più che una città è un gorgo che ettira generazione dopo generazione gruppi di incauti avventurosi, costringendoli a ripetere sempre le stesse riprovevoli azioni. La narrazione si sviluppa su due piani temporali, distinti graficamente dal tondo e dal corsivo. Da un lato la vicenda mitica, in cui i fatti vengono letti in chiave magico-misteriosa dai protagonisti di allora, dall’altra la rilettura fatta da un gruppo di contemporanei che si imbattono casualmente nelle tracce dell’antico disastro. I quali si sforzano di ricondurre ciò che scoprono a un quadro razionale, cercando di inserirlo in un’idea dello sviluppo storico coerente. Ma dovendosi alla fine arrendere al fatto che c’è effettivamente qualcosa di non spiegabile nella nostra natura, che sembra davvero risalire ai demoni di Anharra.

Ma poiché il librone alla fine conta più di ottocento pagine, è ovvio che c'è finito dentro anche altro. Vedete un po' voi, se qualcuno ha coraggio.

mercoledì 7 dicembre 2011

Declino e caduta della variante.


Tra le innumerevoli innovazioni al mestiere di scrivere apportate dalla crescente diffusione dei computer (tra cui più importante tra tutte la progressiva espansione torrentizia degli scrittori stessi) ce n'è una sulla quale non mi sembra si sia riflettuto abbastanza. O almeno è quella su cui io non mi ero interrogato fino a questo momento, fino a quando cioè non mi sono trovato a seguire una tesi di laurea sulle tecniche di editing.
Una volenterosa studentessa era incaricata di analizzare le motivazioni estetiche delle modifiche apportate in sede di editing al manoscritto dei romanzi X e Y, di noti scrittori contemporanei: salvo scoprire che i manoscritti in questione semplicemente non esistono.
O meglio, sono senz'altro esistiti in qualche momento del processo creativo, ma poiché l'azione di editing avviene ormai direttamente sulla pagina elettronica, ogni variazione sia essa suggerita concordata o imposta non lascia traccia di sé. Né esiste più memoria del faticoso processo di revisione che lo scrittore impone al proprio stesso testo durante la sua elaborazione.
In una parola, l'analisi delle varianti, resa celebre da illustri critici come Contini, non è più possibile. E, cosa ancor più singolare, la stessa mano dello scrittore tende a farsi incerta: esistono casi, ben noti agli addetti ai lavori, di celebrati romanzi che sono stati praticamente riscritti quasi nella loro totalità in casa editrice, al punto di meritare forse la sigla AA.VV. in copertina.
Ma di tutto questo non resta traccia evidente, né pare più possibile un qualsiasi Fondo Manoscritti della contemporaneità. Sic transit gloria mundi.

martedì 18 ottobre 2011

Ancora sul genere


Se uno torna a pensare per un attimo al problema dei generi, è facile che giunga alla mia stessa conclusione: per quanto sottile e accurata possa essere una classificazione, si finisce sempre per dover ammettere che essa non dà mai un conto esatto di tutti i testi esistenti.

Del resto a ben vedere è un problema antico, che risale addirittura alla polemica tra Platone e Antistene sulle essenze universali. Parafrasando l'affermazione del secondo si potrebbe dire, parlando per esempio di narrativa poliziesca: vedo il giallo, ma non la giallosità. Ossia, ancora una volta, quali sono i confini del genere giallo?

Mi viene voglia di abbandonare l'annosa questione, e proporre invece una soluzione più drastica, così tanto per giocare.

Non escluderei che sia stata già suggerita da qualcuno, vista l'irresistibile tendenza degli uomini a pensare prima o poi le stesse cose, nel tempo. Se è avvenuto mi scuso per la violazione di copyright, ma poiché non mi è capitato ancora di trovarla da qualche parte, provo a (ri)enunciarla qui.

Mi sembra che alla fine i libri si dividano in due soli generi fondamentali: quelli che si leggono una volta sola e quelli che si rileggono. Due, tre, anche cento volte.

Le due categorie non sono separate da una barriera qualitativa: in altri termini non sono assolutamente le caratteristiche letterarie, stilistiche che determinano l'appartenenza all'una o all'altra schiera. Ci sono capolavori immortali della letteratura che finiscono subito a impolverarsi tristemente nello scaffale più alto della nostra libreria, e di contro libretti molto più corrivi che, per qualche insondabile motivo legato alle oscurtità della nostra psiche, si infliggono nella memoria e continuano per anni a ripresentarsi come ospiti graditi.

Questi libri revenants sono i nostri veri classici, i classici della mente, che magari ci vergogneremmo a esibire in pubblico ma che coltiviamo nel segreto delle nostre fantasticherie. Sarebbe interessante scambiarsi qualche confidenza in merito, tra amici: sono sicuro che ne scopriremmo delle belle.

venerdì 14 ottobre 2011

Raggi Gamma





Gli affezionati lettori avranno notato una dolorosa interruzione estiva nell'aggiornamento del blog. Si chiederanno se ciò sia dovuto a un drammatico evolversi della vicenda dei nostri eroi spaziali: voglio a tal proposito tranquillizzare tutti, le ultime notizie giunte da Marte inducono invece a sospettare un imprevedibile e meraviglioso sviluppo della faccenda.


No, la causa è dovuta all'aver ricevuto improvvisa notizia dell'esistenza, in un remoto villaggio della Siberia, di un esemplare pressoché intatto della famosa Signal Pistol, l'arma con cui il mitico esploratore degli spazi Flash Gordon partì negli anni Trenta alla conquista di Mongo.


Come essa sia finita in una capanna nell'arida tundra resta per me un mistero, ma questo non mi ha impedito di precipitarmi sul posto animato dal desiderio invincibile di recupararla alla civiltà e assegnarle il giusto posto d'onore nella mia panoplia.


La trattativa è stata lunga e defatigante, e solo dopo aver accettato di bere due grosse tazze di una loro bevanda ottenuta dalla fermentazione di bacche locali, masticate dalle vecchie del villaggio, sono riustito a convincere il capo tribù a cedermela.


Vi accludo un'immagine, perché possiate godere con me delle splendide forme decò dell'attrezzo.

mercoledì 27 luglio 2011

Il futuro come sarebbe dovuto essere












Ho approfittato di questi giorni di calura estiva per rivedermi in dvd tre film classici di fantascienza degli anni '50: Rocketship X-M, Flight to Mars e Destination Moon .
Usciti nelle sale quasi contemporaneamente, tra il '50 e il '51, sono tre spaccati straordinari del futuro di una volta. Quello, per intenderci, che tutti speravamo si sarebbe avverato ben prima della fine del secolo: quando aitanti ex piloti della guerra di Corea, barbuti scienziati alla dottor Zarro e fascinose ricercatrici universitarie si sarebbero imbarcati in improbabili veicoli spaziali do-it-yourself e avventati negli spazi siderei.

Veicoli che erano poi in genere incroci tra la carlinga di un B-29 e il più domestico guscio di una roulotte Airstream, ma tanto chi ci faceva caso.

Dei tre il terzo è quello più attendibile sul piano scientifico, sempre relativamente parlando, con un minimo di rispetto in fatto di leggi gravitazionali. Anche le tute spaziali sono quasi plausibili, abbastanza vicine a quelle delle future missioni Mercury. Ma è anche il più sussiegoso, con i suoi inserti didascalici e le tiratine didattiche alla Giulio Verne (vi ricordate quegli insopportabili capitoli pieni di formule in 20.000 leghe o in Dalla terra alla luna?).

Ma che tristezza, al confronto degli altri due! Il primo in bianco e nero con le scene di Marte virate in seppia, in incredibili colori pastello il secondo ma entrambi con tutti gli eroi giusti, i crateri di Marte di cartone e le marziane in minigonna e tacchi a spillo. Era così che lo volevo il futuro, andare su Marte con il mio bell'Avirex B-3 e il cappello a tesa larga, e magari fumando una Lucky durante il decollo. E non infagottato in un sarcofago di plastica, ridicolo come un palombaro ciclista. Quasi non mi dispiace che alla fine non vedrò mai Marte, molto meglio come me lo sono immaginato.

Mi consolo giocherellando con lo Yonezawa Moonrocket XM-12, orgoglio della mia flotta spaziale. Non si schioda di un centimetro dal pavimento, ma che importa: lo mandano lontano i miei sogni.

giovedì 21 luglio 2011

RomaNoir e New Italian Epic









L'anno scorso ho partecipato al convegno RomaNoir, organizzato dalla Sapienza. Vi si discuteva di New Italian Epic, argomento che nel recente passato ha furoreggiato sulle gazzette. Da buon relatore ho poi raccolto il mio piccolo contributo a braccio, in vista dei successivi atti. Lo ripubblico qui, perché magari d'estate è utile qualcosa per appisolarsi sotto l'ombrellone.



L’epica della New Italian Epic e il bastone di Sherlock Holmes.








Vi ricordate come inizia la storia del Mastino dei Baskerville? Quell’episodio mi è tornato alla mente leggendo nelle pagine teoriche della New Italian Epic la ricostruzione dei fatti politico-culturali che sono, o dovrebbero essere, all’origine del fenomeno in questione.
Allora più o meno la questione è questa: Holmes e Watson sono tornati nel loro buen retiro al 220b di Baker street e si trovano tra le mani un vecchio bastone da passeggio, dimenticato in casa da un misterioso visitatore passato a trovarli in loro assenza.
Holmes, animato dalla sua solita perfidia sadica nei confronti dell’amico, dalle risorse intellettuali infinitamente più modeste delle sue, non riesce a resistere alla tentazione e lo sfida a dedurre qualcosa di utile dall’oggetto in modo da farsi un’idea quanto più precisa possibile del suo proprietario. L’invito è posto in termini cortesi, addirittura zuccherini, ma è chiaro che lo sfotte un po’, invitandolo ad applicare i suoi metodi deduttivi, che ormai l’amico si presuppone dovrebbe padroneggiare. Naturalmente insieme sfotte anche un po’ noi lettori, ma noi lo amiamo e siamo disposti a stare al gioco, anzi ce lo aspettiamo come un rito che si ripete pressoché all’inizio di ogni sua avventura.
Punto sul vivo il povero Watson si lancia in un’ardita interpretazione della cosa, perfettamente plausibile, al punto da renderlo al termine quasi orgoglioso dei risultati e di se stesso.
Peccato che le sue deduzioni siano tutte fallaci, come scornato apprende subito dopo: quando l’amico dice la sua svelando l’arcano, confondendo lui e rallegrando noi che difficilmente accetteremmo di esser anche più tonti di Watson.
È un magistrale, piccolo entr'acte, che nell’economia del racconto ha da un lato la funzione di introdurci nella vicenda, e insieme quella di reiterare una delle convinzioni di base dell’investigatore: la fallacia di ogni indizio, se non sottoposto a un’analisi rigorosa.

Ora mi sembra che con la New Italian Epic ci troviamo come con il bastone di Sherlock Holmes: un complesso di argomentazioni e deduzioni perfettamente plausibili e razionali, ma che affondano su un’errata interpretazione dei fatti.
Premetto di non considerare questo assolutamente un motivo di sottostima del fenomeno: nel caso della NIE siamo infatti in presenza di uno di quei rari casi di movimento d’avanguardia in cui i risultati sul piano dei testi sono senz’altro più interessanti e notevoli dell’elaborazione teorica. E poiché sono convinto che sia sull’efficacia della pagina che alla fine si misuri l’importanza di ogni proposta letteraria, direi che è senz’altro alle opere che andrebbe semmai riservata ogni attenzione.


Non ho qui la minima intenzione né di riassumere né tanto meno di sviluppare i fondamenti teorici della NIE: lo hanno fatto ad abundantiam per primi i suoi teorizzatori e poi i molteplici esegeti, ammiratori o denigratori che siano. Mi limiterò quindi ad alcune osservazioni, marginali ma spero di sostanza.

Prediamo l’assunto base della teoria: a partire dagli anni ’90 è nata e si è sviluppata in Italia una nuova generazione di scrittori che trae le sue origini dalla caduta del Muro e da Tangentopoli.
Il combinato disposto di queste due contingenze, tanto vicine diacronicamente da autorizzare più d’uno a correlarle con un nesso di causalità, avrebbe scavato nel “clima” narrativo italiano una sorta di crepa, sotto e dentro la quale avrebbe lavorato la nuova scuola, caratterizzata dal recupero e la nobilitazione di tecniche fino allora patrimonio minore e quasi esclusivo della trivialliteratur: un recupero effettuato con tanta forza e decisione da infrangere la barriera dei generi e, attraverso un processo di felice ibridazione, giungere a risultati inattesi e talmente esemplari da imporsi come nuova e pressoché unica maniera possibile di descrivere/interpretare il mondo contemporaneo e segnatamente la nuova realtà italiana.
Ora tale coincidenza temporale è senz’altro verissima, solo che muri e tangenti a mio avviso c’entrano poco o niente. E questo per due motivi: anzitutto la letteratura, o meglio nel nostro caso la narrativa, opera su tempi che sono necessariamente più lunghi di quelli della contingenza politica. Un libro uscito nell’anno X, a meno che non si tratti di un misero instant-book pensato o più spesso commissionato per lucrare alla svelta sull’evento del giorno, è in genere frutto di una gestazione che può anche durare anni.
Di conseguenza gli eventi non hanno quasi mai una ricaduta immediata e necessitante sull’atto del narrare, altrimenti dovremmo chiederci come mai lo scandalo della Banca Romana, alla fine dell’Ottocento, non abbia portato già allora alla nascita di una nuova maniera del narrare.
D’altra parte i fatti ci sono, ma come per il bastone di Holmes, l’interpretazione è diversa: nel periodo in questione avvengono anche due altre cose di diversa natura, che avranno una decisa influenza nella letteratura: una profonda trasformazione del mondo universitario, e un’altrettanto radicale ristrutturazione del sistema editoriale italiano.
Nel primo caso i crescenti elementi di privatizzazione introdotti nel sistema educativo, che sono nei fatti molto meno significativi di quanto non si voglia credere, ma comunque abbastanza significativi, spingono il mondo della ricerca e della didattica a un’apertura su aree che solo fino a pochi anni prima erano pressoché ignorate. Questo perché la proliferazione degli istituti universitari, unita alla necessità di attrarre un numero di studenti sufficienti a garantire organici spesso ipertrofici, reca con sé la necessità di aprire continuamente nuovi corsi di studio oltre a quelli ormai consolidati dalla tradizione.
È così che l’altra narrativa fa il suo ingresso prima timido e poi sempre più deciso sotto le volte dell’accademia, assurgendo progressivamente ad argomento di lezioni, convegni, seminari e addirittura corsi di laurea. Se a questo aggiungiamo un normale ricambio generazionale nel corpo insegnante, si spiega facilmente come la nostra università affronti nel corso degli anni ’80 un processo di ammodernamento frenetico ma anche virtuoso, senza il quale un’iniziativa come quella di RomaNoir qualche lustro or sono sarebbe stata semplicemente impensabile.
L’altra area in cui si fertilizza il terreno della nuova narrativa è quello dell’editoria. Nel giro di pochi anni, attraverso un complesso processo di acquisizioni, fallimenti e riconversioni, il campo dell’editoria si trasforma radicalmente, dando vita a quei grandi complessi e catene editoriali che caratterizzano oggi il panorama di tutto ciò che ruota intorno all’ideazione, la produzione e il commercio dei libri.
Questo processo di rapida industrializzazione, caratterizzato dalla scomparsa progressiva di tutte le realtà ancora sostanzialmente artigianali (un nome tra tutti, la Einaudi che nel 94 viene acquisita dal gruppo Mondadori, perdendo di fatto ogni sua autonomia industriale e culturale) e dall’arrivo nelle strutture direttive di una nuova generazione di manager.
La nuova dirigenza ha una caratteristica peculiare: a differenza di quelle che hanno agito nel settore da sempre, è costituita da uomini e donne che non vengono più dal mondo accademico, come era stato per oltre un secolo, ma da quello dell’amministrazione e soprattutto del marketing.
Questo fatto interrompe una consuetudine appunto secolare: il circuito per certi aspetti virtuoso instauratosi in Italia tra mondo della ricerca e dell’Università e mondo dell’editoria: virtuoso, ma anche a suo moto iugulatorio. Provate a guardare nei risvolti di una qualunque collana edita in Italia fino agli anni ’80 chi fossero i curatori, gli editor, i direttori editoriali: troverete soltanto nomi di professori universitari oppure di artisti o intellettuali comunque legati o accreditati presso il mondo accademico.
Tutto questo si attenua e poi scompare appunto nel periodo in esame: e la conseguenza è che il mondo editoriale, dominato appunto dal marketing, passa rapidamente a fornire non più quello che il lettore dovrebbe leggere, ma quello che si ritiene egli voglia leggere.

Senza questa premessa, appare difficile spiegare come sia stato possibile il sorgere di quello che a mio avviso è il presupposto, non tanto della NIE, quanto di tutta o quasi la narrativa contemporanea: la caduta della barriera prima intangibile tra narrativa colta e paraletteratura, premessa senza la quale non sarebbe stata possibile quella ibridazione dei generi che i sostenitori della NIE pongono giustamente alla base della loro operazione.
Una barriera talmente granitica e strutturata da aver resistito per ben quattro secoli, da quando il buon Ariosto si sentì tacciare di corbellerie il suo sforzo di dar vita a un’opera che cercasse di evadere dalle strettoie della codifica letteraria.
Ma tale caduta, appunto, ha poco a che vedere con il Muro e Tangentopoli, tanto da poter bene essere esemplificata da due fenomeni letterari lontani tra loro di ben quindici anni, diversissimi per intendimenti ed esiti, eppure intimamente connessi ed entrambi a loro modo padri di ciò che seguirà, per i motivi che cercherò di spiegare: Il nome della rosa di Umberto Eco e Gioventù cannibale del gruppo di giovani autori che a lungo si identificherà con il titolo.
Due opere dicevo diversissime, ma che entrambe hanno dato colpi insuperabili alla barriera. Colpi dati da due angolature diverse: nel primo caso è il nome dell’autore a guidare l’attacco, un fior di accademico di tutto rispetto che aggredisce la materia dall’interno, sorprendendo le difese degli avversari proprio nel punto dove meno essi si aspettavano un’incursione.
Nel secondo è invece il nome dell’editore in copertina, quel prestigioso Einaudi che aveva abituato il lettore a ben altre tipologie di prodotti, e che era universalmente ritenuto una garanzia ipso nomine per quanto editato.
Se infatti Il nome della rosa uscito per Bompiani fosse stato scritto da un qualunque pur bravo autore di genere, difficilmente avrebbe attirato un’attenzione maggiore di quanto non facessero all’epoca i romanzi di ambientazione medievale di Ellis Peters, editi però nella molto meno prestigiosa collana del Giallo Mondadori. E se la Gioventù fosse apparsa, invece che col crisma einaudiano, in un qualunque supplemento di Urania (cui secondo logica sarebbe stata destinata solo qualche anno prima) sarebbe presto transitata tranquillamente nel circuito delle bancarelle, insieme a tante altre antologie splatter e di effettacci di analogo tenore.

C’è però un altro elemento importante nella riflessione della NIE: il suo far perno a partire dal nome stesso sul concetto di una nuova epica. È dunque sostenibile l’idea che questo improvviso liberi tutti abbia portato alla nascita di una nuova forma d’epica, come sostengono i membri della NIE?
In un certo senso sicuramente sì, a patto di intenderci sul significato del termine. Se per epico intendiamo un racconto in cui si torni ad affrontare i termini del confronto tra il singolo e la storia, sia nel senso dell’esserne vittime quanto in quello di esserne artefici, allora indubbiamente sì.
A partire appunto dal Nome della rosa, la narrativa italiana contemporanea è tornata a porsi prepotentemente il problema della storia: sia tornando a esplorarne le pieghe più o meno palesi, sia interrogandosi sul suo senso profondo.
Spesso questo interesse ha preso le forme di una rinnovata passione per le teorie della cospirazione, del revisionismo storico, dell’ucronia: tutti modi per lasciar intendere che la storia è tornata ad essere quello che appunto è, un problema.
Anzi, meglio ancora, una struttura labirintica in cui, perso il senso destinale della medesima, azzerata ogni forma di ottimismo positivista sulle sue sorti magnifiche e progressive, incamerato una volta per sempre il senso dell’apocalisse e della sua fine, seppellito definitivamente ogni dio che potesse in qualche modo darle luce e senso, non si può fare altro che perdersi.
Quanto più i narratori della NIE immergono le mani nel calderone della modernità, tanto più spesso le ritraggono inorriditi, per cercare scampo nella fuga: e se la storia è in fondo il riassunto di ciò che è, fuggire dalla storia significa cercare rifugio in ciò che non è più, il passato, o ciò che non è ancora, il futuro. Da cui tante fortunate ibridazioni con il genere fantascientifico o con quello del romanzo storico.

Ma la narrazione di un’odissea nel labirinto, alla ricerca di un’uscita che forse non esiste e tra pericoli e mostri continuamente risorgenti, che cos’è alla fine se non un’avventura? E un’avventura non ha forse, sempre, i contorni di una storia epica?
Verrebbe a questo punto quasi da pensare che sarebbe più semplice riformulare il quadro della NIE nei termini appunto di una nuova narrazione d’avventura. Anche per dirimere i dubbi relativi alla corretta interpretazione del termine popular , specie di suffissoide che normalmente viene accompagnato al termine Epica nelle teorizzazioni della NIE. Certo usato con voluto riferimento alla complessa galassia della pop culture, di cui appunto la paraletteratura insieme con la televisione e il fumetto costituisce gran parte. Ma probabilmente con un occhio rivolto in particolare all’area ispanico-sudamerinda: che certo ha fornito all’immaginario collettivo, attraverso grandi autori come Marquez, significativi esempi di nuove forme di epica.
Mi chiedo però il motivo profondo di tale aggettivazione: qualsiasi forma di epica è in re popolare, non solo nell’accezione in questione ma anche in quella forse più sinistra di volkish.
Se il suo scopo è infatti quello di trasmettere al popolo i valori e le gesta delle élite, avere una veicolazione popolare dei propri contenuti è una sorta di conditio sine qua non: una narrazione epica che non sia nelle forme e nei contenuti popolare semplicemente non è epica. Il conte di Montecristo è una narrazione epica, Dei delitti e delle pene no. Anche se entrambi i testi si confrontano con il problema di una dike sottratta a ogni istanza metafisica e ricondotta nei limiti dell’azione umana laica.
Ma il problema interessante secondo me non è tanto stabilire esattamente cosa intendano per epica i teorici della NIE: come per ogni gruppo che si costituisce o, come nel caso, si riconosce ex post, è ovvio che i suoi sostenitori tendano ad esaltare peculiarità e differenze, sottolineare originalità e differenze rispetto al prima ed eventualmente individuarne di nuove.
Tali analisi sono state già fatte in abbondanza, e chi ne sia interessato potrà fare ricorso all’abbondantissima letteratura in merito.
E poi ha davvero poca importanza chi sia titolato a dire prima io, nel campo dell’evoluzione letteraria: mai come in questo campo esiste sempre un antenato o un anticipatore che si possa sempre chiamare a sostegno delle nostre tesi o al contrario proporre come testimonial a denigrazione di quelle altrui.

Quello che invece trovo veramente interessante è il concetto stesso di epica, recuperato come fondamento di ogni possibile narrazione. In altri termini, viviamo davvero in una stagione che in qualche modo si presti a un ritorno della narrazione epica? Ed è possibile immaginare una narratività dell’immediato futuro che faccia dell’epica la struttura portante del fare letterario?
Io credo che la risposta sia affermativa, in entrambi i casi. E che in questo davvero la NIE abbia colto un tratto essenziale e, a suo modo, davvero d’avanguardia. E come per ogni teorizzazione d’avanguardia, appunto, alla fine è forse più importante il quadro generale della riflessione che non i singoli argomenti portati a sostenerla.
La narrazione epica nasce ogni qual volta una società si trova a dover affrontare un processo di cambiamento tumultuoso al proprio interno: una migrazione, un riassetto delle strutture profonde della propria economia, un ridisegno degli equilibri sociali, una riformulazione dei valori etici di base su cui si fonda il proprio patto di convivenza.
Il tutto necessariamente in un quadro di oscurità e di incertezza, nel quale la narrazione si inserisce per immaginare, proporre, attivare possibili modelli di risposta alle esigenze della collettività.
Ed è sostanzialmente in due modi che questo avviene: nella forma della quest o in quella dell’aventure.
Nel primo caso allorché il narratore immagini un possibile approdo, un punto d’arrivo per l’azione del suo eroe preesistente all’inizio dell’azione, e che ne costituisce da un lato il fondamento teorico e dall’altro lo stimolo costante e necessitante al suo sviluppo.
Nel secondo quando invece tali fondamenti non esistono ancora, ed è quindi nella struttura profonde della narrazione stessa che andranno ricercati, quasi nell’autonomo agire dei personaggi.
Ma entrambi condizionati da un incombente pericolo: il rischio del fallimento totale, fino all’annientamento. Un pericolo che accompagna tutta la dinamica dell’azione, ne permea gli snodi essenziali e crea una sorta di compagno-ombra dell’eroe, un’attesa della fine e dell’apocalisse continuamente rimandata ma mai esorcizzata a fondo.
In fondo l’epica è questo, uno scontro disperato contro l’entropia del sistema, che ineluttabilmente tende a trarre verso il fondo e la sconfitta.
Se adesso pensiamo alla nostra condizione (non saprei nemmeno se definirla ancora post-moderna, oppure in omaggio ai teorici della NIE respingere con sdegno questo termine in favore magari di qualche sorta di neo-modernismo), difficilmente possiamo sottrarci alla sensazione di vivere appunto in un universo di tal fatta.
Un universo in cui l’apocalisse ha assunto il volto, quello sì post-moderno, della globalizzazione.
Un fenomeno davvero epocale, per il quale non riesco a trovare nulla di paragonabile nelle epoche precedenti, se non forse l’arrivo dei popoli indoeuropei nel nostro continente. E di cui solo ora si cominciano ad avvertire tutte le drammatiche conseguenze, soprattutto nei suoi aspetti di totale crollo delle certezze e dei sistemi di valori su cui si reggeva il vecchio ordinamento: terreno fertile per eccellenza al ri/sorgere dell’epica.
In questo senso, davvero, la narrativa del futuro dovrà essere necessariamente epica o, semplicemente, non sarà.
E qui la NIE ha sicuramente avuto un’intuizione felice, consapevole o no lo diranno i tempi e i posteri. Perché dovunque approdi il processo di globalizzazione, che sia un’armoniosa convivenza di popoli diversi in un più avanzato e più giusto equilibrio economico come vogliono i suoi cantori, o non piuttosto un’epoca di nuova barbarie caratterizzata da conflitti spaventosi e da una lotta all’ultimo sangue per la sopravvivenza, come più segni lasciano intendere, è certo che la futura distribuzione mondiale delle attività ha già di fatto assegnato all’Occidente il suo estremo ma totale dominio: quello della forma.
Il fenomeno cui assistiamo è infatti emblematico. Mentre in tutti gli altri settori della produzione il trasferimento delle tecnologie sta determinando la nascita di un’industria locale dalle caratteristiche innovative che si pone ormai sempre più spesso prima in concorrenza e poi in antitesi con quelle dell’Occidente, nel campo della produzione di forme avviene il contrario: il cinema, la televisione attraverso soprattutto le sue serie, il fumetto, il racconto di genere si sono ormai imposti monopolisticamente nelle tipologie elaborate qui, e non appaiono in alcun modo sostituibili da altre.
Anzi, semmai è evidente il processo di corsa ad impadronirsi di tali tecniche da parte degli artisti del resto del mondo, prima per riecheggiarle e poi per farle proprie.
E se è molto probabile che saranno proprio i temi epici a caratterizzarla, questa forma del mondo scaturirà appunto dalle forme di epica che la nostra narrativa sarà capace di elaborare. Saremo ormai noi gli architetti dell’immaginario del mondo prossimo, nel bene o nel male. Magari guideremo un’auto indiana, mangeremo sushi e ci vestiremo di pezze cinesi, ma al cinema o tra le pagine saranno sempre le nostre storie quelle che troveremo. Perché ad ogni forma di colonizzazione può far seguito la decolonizzazione relativa, tutte tranne una: la colonizzazione della mente.
E l’impossibilità di liberarsi da una catena non è, a ben guardare, anch’essa un magnifico oggetto per narrazioni epiche? Probabilmente i teorici della NIE non nutrono ambizioni planetarie: ma nel processo tumultuoso di trasformazione che si è ormai messo in moto anche le loro opere si muovono in questa direzione.

venerdì 15 luglio 2011

Ancora su Atlantide



L'amico Luca Crovi mi ha posto alcune domande su La porta di Atlantide per il suo blog. Riporto qui un paio delle risposte, che mi hanno dato occasione per alcune considerazioni e una rapida panoramica delle varie ipotesi sul continente perduto.

Perché secondo te il mito di Atlantide è ancora così vivo, tanto che ogni anno escono decine di studi sulla sua esistenza e soprattutto decine di romanzi?

Il mito di Atlantide è indubbiamente uno dei più suggestivi tra quelli moderni. Infatti anche se la storia è nota dai tempi di Platone, in realtà la sua fortuna si è consolidata solo nel corso degli ultimi cento anni o poco più: e questo grazie soprattutto all’opera di Donnelly e di madame Blavatsky, personaggi entrambi singolari e a loro modo davvero “atlantidei”.
E questo è davvero strano, se ci pensi: finché la vicenda, sulla base dell’enorme prestigio del filosofo greco, è stata ritenuta “storia vera” secondo le sue parole, non ha interessato più di tanto. Qualche scarno riferimento nei mitografi alessandrini, e poi il suo utilizzo soprattutto come pretesto nel Rinascimento per alcune utopie sociali o politiche, e nulla più. Invece, con l’esplodere della narrativa popolare, ecco che questa storia antichissima è tornata prepotentemente d’attualità, come se avesse atteso pazientemente l’arrivo dei pulp per riemergere dalle acque del tempo. Quasi fosse una sorta di “obbligato” con cui ogni narratore pop debba prima o poi confrontarsi, esattamente come nessun musicista può evitare prima o poi la forma sinfonica, né il più informale dei pittori di mettersi alla prova con il corpo umano.
Ma io credo che ci sia in realtà un motivo più profondo, che si accompagna non casualmente al sorgere dell’età della crisi, e ai primi segni di declino della civiltà europea. Proprio negli anni in cui esplode l’entusiasmo per Atlantide si mettono a punto i gas asfissianti e le prime armi si sterminio di massa, e nel cuore stesso del continente si mette in moto la macchina che genererà di lì a poco i suoi mostri più terribili.
È questo che ho cercato di raccontare ne La porta di Atlantide. Che non è assolutamente un racconto su Atlantide, ma intorno ad Atlantide. Non avevo alcuna intenzione di raccontare l’ennesimo ritrovamento: a onta della copertina un po’ fantasy, chi si aspettasse di trovare nel romanzo manoscritti misteriosi, templi perduti nelle giungle amerindie, audaci archeologi-esploratori, vulcani sul punto di esplodere e magari anche qualche dinosauro sopravvissuto è destinato a restare deluso. Niente di tutto questo: quello che mi interessava era raccontare come il mito ha lavorato e lavora tuttora nell’animo di noi contemporanei. Con esiti grotteschi, quando a innamorarsene sono buff creduloni come i membri della società di ricerche atlantidee, o tragici come nel caso di Vanja, che si aggrappa alla leggenda con la forza della disperazione di chi, essendo stata privata di tutto, cerca in un altrove assoluto il riscatto dall’inferno personale che si trascina dentro.


Puoi riassumere ai nostri ascoltatori quali sono le tesi più famose sul continente perduto?

Sprague de Camp, uno dei critici più attenti e acuti del fantastico, afferma che la bibliografia sull’isola perduta è talmente sterminata da essere seconda solo a quella della Bibbia. Non so se sia vero, ma è certo che prima di esaurire anche soltanto le teorie più diffuse si esaurirebbe la pazienza dei lettori. In estrema sintesi diciamo che si danno quattro grandi scuole di pensiero: studiosi che la collocano nel mare, altri che la situano sulla terra ferma, una terza schiera che la relega nel ghiaccio e infine coloro che la situano in una sorta di universo parallelo, separato da noi nel tempo e nello spazio. Insomma in quella regione ai confini della realtà che piaceva tanto a Rod Serling.
I primi si possono permettere un’ampia scelta, data la vastità della superficie equorea: per prima la dorsale Atlantica, ovviamente, da qualche parte intorno alle Azzorre. Questa gode i favori potrei dire dei puristi, di quelli insomma che non vogliono discostarsi in nulla dal dettato platonico. Golfo del Messico e isole caraibiche sono preferiti da temperamenti più inclini al sogno, come i seguaci di Edgar Cayce, mentre spiriti più sobri e razionalisti inclinano verso il bacino del Mediterraneo, tra Cartagine, la Sardegna e la Santorini di Marinatos. Cimbri e Teutoni preferiscono il Baltico, già meta delle loro vacanze, e i più arditi tra loro si spingono fin verso le Orcadi ed Helgoland, su fino alle isole Svalbard. Mentre amanti dei ristoranti etnici, animalisti e mondialisti in genere non disdegnano addirittura l’immenso Pacifico, ove impastano allegramente Maori e isola di Pasqua, Mu e barriere coralline in un improbabile fritto misto degno questo sì di un menù a prezzo fisso.
Quelli che voglio restare con i piedi per terra hanno a disposizione diverse alternative. Le foreste amazzoniche sulle orme del colonnello Fawcett, la pianura messicana con le sue città perdute di Cibola e le vette andine tra Machu Picchu e Tiahuanaco, le luminose caverne tibetane ove si sa che soggiornano i Signori del Mondo, ultimi eredi della razza scomparsa. Oppure le paludi della Florida, e poi l’Islanda e le coste norvegesi, e volendo anche la Nuova Inghilterra con tutte le sue premonizioni lovecraftiane. Tra le Atlantidi non a bagno ma sommerse semmai da liane o sabbie devo dire che i miei favori vanno senz’altro all’ipotesi sahariana di Frobenius, non fosse che per la versione che ne dà Benoit. Anche se un po’ invecchiata, con la sua allure polverosa di dromedari e legionari in chepì, continua secondo me a dividersi con la She di Rider Haggard la palma di miglior racconto sul tema di tutti i tempi.
Col ghiaccio non c’è molto da scegliere: o verso sud, nell’Antartide preistorica e di clima mite del nostro Barbiero, o verso nord, nella Urheimat boreale e ariana dei torvi nazisti. Certo un panorama vetrificato e cristallino, un biancore accecante di nevi eterne non si concilia troppo con la solarità equatoriale del racconto platonico, ma non bisogna essere troppo puntigliosi. Quanto invece alla quarta schiera, di quelli che la collocano nell’iperspazio, nell’inconscio collettivo, in immense bolle trasparenti ondeggianti qua e là o tra le schiere angeliche da cui attingere messaggi di luce e salvezza per via di comunicazioni ultrafaniche, be’, lasciamo perdere. C’è un limite a tutto.